LADRI & COMPARI

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di Agostino Gaeta
Si è sempre alzato un gran polverone sulla squallida vicenda dei giornali finanziati dallo Stato, ma nessuno ha osato spiegare che con quei denari pubblici non si finanziano società editrice, bensì  ladri e truffatori che indossano anche le vesti improprie di imprenditori onesti che pagano i contributi ai dipendenti. Premesso che a quei quattrini non si potrebbe accedere se non dimostri il pagamento dei contributi, proviamo ad entrare nel vivo della problematica e raccontare un po’di verità su quello che combinano imprenditori e controllori para-istituzionali che di fatto fanno i compari. Certo è vero, i nostri toni sono spesso duri, ma occorre farla finita e smetterla di scambiare i truffatori per brave persone e pe incapaci coloro che si impegnano mettendoci la faccia ed il proprio denaro per mettere in piedi una qualsiasi attività che deve fare i conti con uno Stato che protegge un sistema di mafie bianche e cosche criminali organizzate. Quanto vale in milioni di euro l’impianto truffaldino dell’informazione pagata dallo Stato e dalle Regioni? Com’è pensabile di poter credere ai bilanci delle società editrici costrette a compiere vere e proprie piraterie finanziarie per incassare il premio miliardario dei finanziamenti?
Convivere con uno scandalo che è noto a tutti, mentre tutti si applicano ad esibizioni di perbenismo scellerato, fa rizzare i capelli dalla rabbia.
Qualcuno ha mai sentito parlare di ex giornali di partito composti più o meno da due pagine scarse che incassano 5 miliardi di vecchie lire l’anno.
Ce ne sono una marea e sono strutture che solitamene contano due o tre dipendenti, un paio di giornalisti quando va bene e per incassare 5 miliardi di vecchie lire, dovrebbero fatturare il doppio,così recita la legge. Già, proviamo a fare due conti. Cinque dipendenti quando va bene, costano mediamente 150 mila euro l’anno, contributi compresi. I costi di stampa non superano i 100 mila euro l’anno, le spese generali telefoni, luce affitti ed altro, 40 mila euro l’anno, la distribuzione pè’ finta 120/140 mila euro reali e siamo larghi. Ad essere grassi i costi non superano i 500 mila euro. A conti fatti la ruberia media si aggira intorno ai due milioni di euro circa con cui solitamente i furbi editori ci fanno investimenti in altre attività produttive. Come si dice,a nostre spese, diversificano.
Ad aggravare la spesa si ci mettono le televisioni locali che non solo incassano prebende dallo Stato, ma godono anche di lasciti regionali per sovvenzioni che superano il milione di euro l’anno per quelle più piccole fino a raggiungere somme che a volte viaggiano sui tre milioni di euro l’anno per qualche struttura più grande. Insomma anche se sei piccolo piccolo,diciamo che 2,5 milioni di euro li porti a casa. Solitamente parliamo di impianti redazionali che occupano dai sei ai dieci giornalisti con un spesa di costi del personale che va dai 200 mila ai 300 mila euro l’anno. A parte i proventi che derivano dalla pubblicità con cui le mogli degli editori ci fanno la spesa.
Insomma altre ruberie miliardarie ed altri investimenti alternativi da parte di imprenditori editoriali che fanno affari d’oro in altri settori commerciali con i quattrini che incassano dallo Stato per produrre un intrattenimento televisivo che ha sostituito la fortunata trasmissione degli anni sessanta “Non è mai troppo tardi”. Certo qualche congiuntivo se ne va per i fati suoi,ma non ci fa caso nessuno perché in genere chi li guarda neppure sa che esiste il congiuntivo.
Tutto questo accade sotto l’occhio vigile dei sindacati, degli Ordini e del Ministro Tremonti che non puo’ tagliare perché dentro c’è anche la Padania. Ma qui viaggiamo su cifre impressionanti. Qui andiamo nell’ordine di 4/6 milioni di euro l’anno. Caso mai non si fosse capito, stiamo dicendo che per incassare 4 milioni di euro ne devi fatturare otto, ovvero devi produrre false fatturazioni su costi gonfiati.
Ma come fa il Dipartimento dell’Editoria presso la Presidenza del Consiglio dove Masi ha costruito la sua formidabile carriera e da cui dipendono i finanziamenti, a chiudere gli occhi?
Diciamo che lo Stato sarebbe complice di un sistema truffaldino che non ha modo di essere scardinato,perché coinvolge tutti. Ed allora,quello Stato per non rischiare di essere arrestato s’inventa un sistema di controllo che serve proprio per non essere coinvolto. E vediamo come.
Per la carta stampata gli editori rubacchioni devono presentare bilanci certificati da società iscritte in un elenco speciale. Quando il Dipartimento dell’Editoria riceve i bilanci non ha l’obbligo di controllare se ad esempio i costi di distribuzione o di stampa sono gonfiati del doppio o del triplo. Controlla solo che tutto sia in ordine in merito alla richiesta di documenti da produrre e non mette il naso in una spesa che dovrebbe essere garantita dai controlli dei certificatori. Morale della favola la responsabilità della truffa è devoluta per beneficenza ai Certificatori che incassano fior di parcelle per l’alto rischio di copertura che danno al Dipartimento
Per le rete televisive locali, il falso controllo è affidato al CORECOM regionale che in buona sostanza fa quello che dovrebbero fare i certificatori i quali non devono entrare nel merito di spese gonfiate,bensì devono controllare solo se due+due fa quattro,ovvero se i conti tornano e se le poste attive e passive sono documentate seguendo l’iter richiesto da un’ennesima legge truffa.
Proviamo a chiederci per quale ragione un’informazione solitamente inutile che produce poste di bilancio fasulle,un nero quasi scontato deve pesare sulla spesa pubblica. Ovvero per quale ragione l’imprenditore dell’industria editoriale deve essere finanziato in nome e per conto di un fasullo pluralismo, di una presunta libertà di stampa,di una libera informazione? E per quale ragione, Agenzia delle Entrate, Guardia di Finanza, Fieg, Finsi,Fonsi, Fansi, Ordine Nazionale dei Giornalisti, nessuno si pone il problema che editare due foglietti di giornale dal costo annuo di 300 o 400 mila euro vuol dire pagare una spesa pubblica di milioni di euro l’anno in più quando va bene?
Allora dobbiamo prendere atto che è un impianto truffaldino che fa piacere a tutti in cui tutti ci sguazzano e trovano un tornaconto e se dobbiamo rassegnarci, dobbiamo anche avere la compiacenza di evitare presunte congetture di moralità e di etica, di libertà, di democrazia. Chi direttamente o indirettamente partecipa al banchetto è un delinquente ed anche pericoloso. Poi alla bisogna,quando proprio serve, piombano i controlli e mettono in galera qualche editore che magari non stava tanto simpatico al sistema,tanto ci vuole davvero poco a stabilire che i conti non tornano ed i finanziamenti sono gonfiati. Ma provate solo a mettere in discussione questa truffa? Si scatena l’inferno. La potente macchina dei moralisti che recitano a soggetto, invocano toccanti e strazianti sceneggiate sul regime che vuole mettere il bavaglio ai giornali, alle televisioni che potrebbero anche essere inutili sotto il profilo dell’informazione ma se almeno spendessero quei miliardi per dar lavoro a tanti disoccupati, ne salveremmo tanti. Vuol dire che se un editore che rubacchia due milioni di euro l’anno li investisse in personale anziché investirli in altre attività,quell’azienda editoriale,una sola, sia pure inutile darebbe lavoro ad altri cento disoccupati. E vuol dire anche che se si desse il giusto valore a quei costi, lo Stato risparmierebbe tanti quattrini da poterli investire per pagare la cassa integrazione ad oltre venti mila lavoratori licenziati. Ma che ci volete fare: Bersani deve tacere perchè 6 milioni di euro all’Unità fanno comodo. Fini deve star buono perché altri sei milioni di euro al Secolo non dispiacciono. Sapete che ci fa un amministratore di una società editoriale che incassa cinque mliardi di vecchie lire per produrre due fogli di giornale con tre dipendenti reali? Con i quattro miliardi che gli avanzano ha messo in piedi un’attività di importazione di pesce dal Brasile .
Pensate c’è un signore, giornalista ed opinionista da star televisiva a Roma che produce un giornale solo per pochi intimi. Stamperà a mala pena mille copie di un giornale di quattro pagine, con un paio di presunti giornalisti assunti ed incassa ogni anno 2,5 milioni di euro. Il Foglio della Veronica miliardaria ex moglie di Silvio,incassa cifre da dieci miliardi l’anno e sul mercato ci sono decine e decine di testate da due o quattro foglietti che presentano fatturati inverosimili, per non dire vergognosamente falsi e tanti tantissimi giornalisti fanno anche i protagonisti negli show televisivi e mostrano il talento di abili doppiogiochisti dell’etica fasulla.
E sapete cosa si sono inventati oggi che i tipografi hanno messo il blocco alle false fatturazioni? Gli stessi editori mettono in piedi srl amministrate da prestanomi a cui affidano una sorta di sub-appalto di gestione che deve fatturare dieci volte di più dei costi reali.Vale a dire che se questa società farlocca paga dieci mila euro di tipografia al mese, rifattura alla società editrice a 100 mila euro mese.
E quando i dipendenti di questi giornali non prendono gli stipendi, la vergognosa giustificazione degli editori è quella che non hanno ancora ricevuto i soldi dei finanziamenti, perché il Dipartimento dell’Editoria è in ritardo che il pagamento di tangenti pubbliche.
Scusate,ma così son bravi tutti. Nessun rischio d’impresa. Quattrini a palate, se non paghi sei anche giustificato, se licenzi è colpa dello Stato e se caso mai ti venisse la geniale idea di voler fare dell’informazione vera a tuo rischio,essendo uno dei pochi con cui potersela prendere, ecco che gli organismi deputati per auto incoronazione a controllare il traffico dell’impresa editoriale, a ragione, si scatenano e ti saltano addosso.
Bene, noi vogliamo raccontare alla gente il mondo truffaldino di queste imprese editoriali pubblicando un bilancio a settimana, commentandolo con esperti e vorremmo vedere se i falsi moralisti a cui accennavamo avranno il coraggio di denunciarne le infami ruberie.
Viva l’Italia

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