Agostino Gaeta DIRITTO DI CRONACA

Narrativa inedita della Baribene

tra Polignano e Monopoli

Fuggire dalla provincia di Bari e rifugiarsi in provincia di Lecce perchè inseguiti dai Nil (Nucleo dell’ispettorato del lavoro dei Carabinieri) sarebbe impensabile, eppure è andata proprio così.

L’idea era quella di dar vita ad un quotidiano in Puglia e più precisamente in provincia di Bari, perché,per quanto questa sia apparentemente una terra emancipata del sud, di fatto l’egemonia dell’informazione è retta da cento e passa anni da un solo quotidiano, in un’area geografica che, nei fatti, è la più ricca dell’intera Regione. Un aspetto insolito, se è vero che in buona parte d’Italia, i grandi centri metropolitani sono caratterizzati dalla presenza di almeno due quotidiani.

Spinto da un forte desiderio o  da un bisogno sentimentale di tornare alle origini, dopo aver provato l’esigenza di scappare dalla Puglia negli anni 80 per un posto di lavoro, tornare e immaginare di dare un apporto culturale e di confronto anche ideologico, era il sogno che per lunghi anni ho tenuto chiuso nel cassetto, pur nella sofferta battaglia di affermare dei principi di libertà che nella sostanza hanno danneggiato l’immagine:quella ipocrita moralità che si fonda sulla fedina penale economica. Già, in questa Italia le fedine penali sono due: quella del casellario, che conta davvero poco e l’altra quella della Camera di Commercio che serve al banditismo dei banchieri. Prima però è doveroso raccontare quello che accadde a novembre del 2007, quando fui preso dalla nostalgia di intraprendere un’attività editoriale in provincia di Bari.

Fu la gioia di aver scoperto che mia moglie era passata indenne da un sospetto tumore che mi riportò in terra di Bari.Quel porco di un medico senz’anima, brutto come il debito, leggendo quasi distrattamente le analisi, senza neppure guardarci in faccia, alzò il telefono unto, che poggiava sulla scrivania del reparto chirurgico, compose il numero interno dell’oncologia ed al collega disse: “ti sto mandando una paziente affetta da un tumore..”Fu così che scoprimmo che mia moglie poteva avere le ore contate, stando a quel poco che avevamo capito da quella telefonata.Due ore più tardi e dopo un’accurata visita, prendemmo coscienza che la signora avrebbe continuato a rompermi i marroni a vita. Il tumore non c’era.Il trauma però fu enorme a tal punto che decidemmo di concederci una meritata vacanza. Destinazione Monte Bianco.Il giorno dopo alle 12, 30 eravamo al tavolo del ristorante di Ciro a Courmayuer. Ma si può chiamare Ciro uno che vive ad un passo dalla cima più alta del Monte Bianco?

Vabbè.

Qualche giorno in Val d’Aosta, poi la domanda fatale, quella che ti segna la vita: perché non andiamo in Puglia?Dovevamo prenderci una certa rivincita, quando appena sposati, sognavamo di regalarci una cena alla Grotta Palazzese.  Uno spettacolo della natura, sfruttato a dovere da una vecchia contessa che a Polignano  ha dettato e conservato le regole feudali.

Il centro storico, forse uno dei più belli d’Italia, è dominio incontrastato della contessa e di un magnate dei salotti, Scagliuso, duecento milioni di fatturato e trenta per cento di utili. Una mezza dozzina di Ferrari,ma non gli bastavano. Aveva bisogno di fare l’assessore, giusto per avere il controllo dei terreni che compra come gli indigeni comprano le nocelle la domenica in piazza.

La Grotta Palazzese è un albergo con ristorante annesso, di proprietà della contessa che poggia su una piattaforma a mare in una grotta ad una trentina di metri dal piano strada. Uno spettacolo naturale che dovrebbe essere patrimonio pubblico che, contessa ed ex assessore, lui nella veste di gestore, annettono ai loro interessi privati.

Era il nostro sogno passare una serata in quello splendore, ma a quell’epoca era vietato alle nostre tasche.

Quella vecchia amica di scuola

Quell’onda bianca e leggera che entra nella grotta ed accompagna la brezza marina, mentre le luci delle candele accese sui tavoli riscaldano un momento di magia, giustificano appieno quei cento euro a testa che paghi per una cena che non ti sazia, ma ti scalda il cuore.

Inizia proprio da quella cena a lume di candela il calvario dei giorni che seguirono.

Una vecchia amica di scuola che viveva a Polignano, ci sottrasse alle cure alberghiere dell’ex assessore e ci portò in un covo, dove i Saraceni hanno lasciato la loro cultura e l’impronta predatoria. Si chiama proprio così l’hotel che Franca De Donato ci segnalò. Percorso un ponte della via principale del costone destinato prima o poi a sprofondare sotto il peso del cemento abusivo in una traversa a sinistra si entra in uno scenario marino dei più suggestivi e poco più avanti, s’incontra l’insegna sinistra: “Covo dei Saraceni, patron, Vito Laruccia, uomo di fiducia del decaduto barone dell’imprenditoria barese, Matarrese. Accoglienza suggestiva nel covo di Alì Babà ed i quaranta ladroni. Cena offerta dal brillante Laruccia e, pur se l’albergo era pieno, il boss impartì i suoi ordini e trovò modo di assegnarci una camera vista mare.

Fu in quella circostanza che esternai i nostri progetti: aprire una tipografia industriale e dar vita ad un quotidiano. Il Rommel polignanese non si fece sfuggire la preda, non tanto per interesse economico ma soprattutto per risolvere una serie di problematiche familiari che lo impegnavano e lo distraevano troppo dai suoi affari. Il vecchio marpione non ce la faceva più a sopportare il pianto di una cognata che dovevano tenere relegata a Polignano e che doveva sistemare ad ogni costo. Eppoi un “figlioccio” quarantenne di cui ignoro il significato reale, figlio di una signora che apriva la sua casa a mare ai piaceri mondani delle serate da burraco al club di Matarrese, capeggiato dal soldato Laruccia. Anche quella una pratica urgente da risolvere. Perché non li ha mai sistemati nelle sue aziende dicevano i suoi amici, gli stessi che mi sconsigliavano Soprattutto la cognata per non andare incontro a guai certi. C’ha già provato lui,mi disse Franca,ma se l’è tolta di torno perché litigava con la moglie? Forse l’abbiamo capito con ritardo.

Non avevo ancora avviato il progetto editoriale, ovvero ero a Polignano da poche settimane e Laruccia mi sfiaccò fino all’inverosimile perché assumessi prima ancora di aprire, i due protetti. Sapevo di essere al sud, conoscevo bene certi messaggi e non era il caso di iniziare un percorso difficile qual è quello di dar vita ad un nuovo giornale,mostrando poca disponibilità al dialogo. Accontentai Laruccia assumendo la cognata ed il figlio della proprietaria della “casa da gioco”, due mesi prima l’apertura dell’azienda. Laruccia fissò anche lo stipendio che avrei dovuto pagare al vitellone. Non era il pizzo da pagare come nelle migliori tradizioni mafiose o qualcosa di molto simile considerato che logisticamente avevo scelto di posizionare la sede del giornale lontano da Bari per evitare conflittualità con il foglio centenario. Una conflittualità che non era da sottovalutare perché sbarcavamo in terra di Bari con rotative nostre e questo avrebbe potuto allarmare soprattutto quelle posizioni di rendita, naturali in un regime di monopolio. Il generale Laruccia, apprezzò la mia disponibilità e si mise a disposizione, riuscendo in breve tempo a trovare un capannone a Monopoli di proprietà della Efim srl,amministratore tale Ignazio Fiume.

L’uomo d’oro di Monopoli

Mille metri di capannone, quattrocento metri di ufficio al primo piano per la redazione, località Monopoli. Una telefona del boss e Fiume si precipitò in albergo dove ormai alloggiavo da alcune settimane. Educato, servile,qualche tic di adattamento, brillantina Linetti per tenere insieme quel che restava di una capigliatura che fu, Fiume ci affittò i locali dopo un rituale a metà strada tra un latin lover arrugginito ed un industriale fatto in casa. Chiamò la sua segretaria personale e strabordante dal lato “B”e fissò l’appuntamento in albergo per la stipula della bozza di contratto. In verità la signorina abbondante e chirurgicamente impegnata,non era la sua segretaria, così come la presentò in un primo momento, bensì  sua socia in una agenzia immobiliare . La procace signorina che lotta per non entrare nella hit parade delle tardone,frequentatrice dello stesso levigatore di carne morta delle signore bene di Monopoli, peraltro magico barbiere per pelurie insistenti, era professionalmente adorata dal neo stratega della finanza e lo accompagnava in ogni manifestazione ufficiale o ufficiosa. Ad ogni cena, ad ogni riunione, dovunque fosse necessario presentare un trofeo, tanto che Fiume spesso sottolineava di non tener conto delle dicerie paesane: quella era una donna che conosceva a fondo il suo lavoro e meritava un posto di primo piano, anche se spesso in pubblico le bordate della coniuge manifestavano un dissenso inequivocabile dove i presenti immaginavano che stesse per esplodere di lì a poco la rissa.

Naturalmente il Fiume suscitò la mia innata curiosità e quando interpellai il boss per saperne di più, il suo primo gesto fu un’alzata di spalle. Il Fiume a detta non solo di Laruccia, fino al 2000/2001 era socio insieme al fratello Vincenzo di una ferramenta a Monopoli.

Non se la passavano bene, disse Laruccia, poi d’improvviso una ricchezza da Paperon dei Paperoni, tanto che in paese circolava voce che avessero vinto al Superenalotto, fino alle malignità più incredibili da favole metropolitane, tipo: “..quelli fanno il traffico d’armi”. Tutte fesserei, la storia è diversa anche se altrettanto inquietante.  In special modo il fratello Vincenzo,miliardario non per caso, non si preoccupava di ostentare il suo status, visto che in pieno centro a Monopoli aveva acquistato una proprietà che occupava due interi isolati. I due si criticavano a vicenda. Ignazio sosteneva che senza di lui il fratello non valeva niente. L’altro. Vincenzo,tra le sue più strette amicizie,dava al congiunto la patente da imbecille e serviva solo ad accogliere le perquisizioni della Guardia di Finanza quale amministratore della società.

Certo ostentare quella villa in pieno centro urbano a Monopoli era uno schiaffo in faccia al buonsenso, per chi nelle vesti di ufficiali di sensale, accumula simili ricchezze. Un costo esagerato: 20 miliardi di vecchie lire ed una decina di miliardi di ristrutturazione ed arredi. Tutto a nome di una srl affidata ad una fiduciaria milanese,la Orefici spa  incappata in una delle inchieste sui traffici di denaro del nostro amato Berlusconi. Essendo una cosa imponente, naturalmente la questione sfuggiva ai finanzieri che spesso visitavano la Efim.

Naturalmente non potevamo vivere a vita in albergo. A darci una sistemazione decorosa ci pensò un’amica della mia amica Franca, la simpatica Mariuccina, indiscusso personaggio di Polignano, nota perché proprietaria in quota di uno dei più importanti ristoranti d’Italia,”Da Tuccino” meta fissa  del compagno D’Alema e frequentato in buona parte da vip a causa delle mazzolate che tira.

Cento euro a persona diciamo che non bastano.

Mariuccina sistemò la pratica a tempo di record fissandoci un appuntamento con la signora Campobasso, ex signora Divella, pastaio noto per le sue vicende non solo imprenditoriali, ma anche e soprattutto politiche in terra di Bari, a quel tempo Presidente della Provincia, molto legato a Polignano per affari edificatori, attraverso la “Monsignore srl” La ex signora Divella, gestiva alcune ville a Polignano con molta probabilità in qualità di usufruttuaria. Fu in una di queste ville a ridosso della Cala Ponte SPA, ovvero del costruendo porto turistico che trovammo sistemazione al prezzo modico, a nero, di 8 mila euro l’anno.

Entravamo nel complesso mondo ipocrita e sospetto,della cosiddetta baribene. Ci entravamo dai via dei Palmizi in località San Vito, una strada privata lunga quasi cento metri, dimora estiva dei Matarrese e di altri personaggi, che terminava a mare in una spiaggia accessibile solo ai proprietari di via del Palmizi ma soprattutto dominio incontrastato di un geometra da cui dovevamo guardarci, stando a quello che tutti, ma proprio tutti ci avevano raccomandato. Era il nostro vicino di casa, quel geometra, le cui gesta si perdono all’indomani del suo arresto, indiscutibile violentatore di coste marittime. La sua reggia a mare, infatti ha per mura la scogliera meravigliosa di Polignano. Il salone che ospita in estate tra gli altri il senatore azzurro Bruno.e perfino uno dei Presidente del Tar della Puglia,ha una porta che esce direttamente sugli scogli e basta fare solo quattro passi, davvero contati, proprio quattro, per entrare in acqua. L’interno, immerso in un verde spettacolare, è fatto di tante casette indipendenti, a parte il corpo centrale le cui mura sono state elevate a meno di un metro di distanza dall’acqua.

Un abuso che griderebbe vendetta, che farebbe vergognare Ricucci, ma che l’ incomprensibile tolleranza di chi avrebbe l’obbligo di controllare, lascia subito intendere che da quelle parti  accade qualcosa di molto preoccupante dove la tolleranza sembra figlia indiscutibile della mazzetta.

Lo stesso Divella aveva comprato il suo villino dall’astuto geometra, anche quello chiaramente abusivo in tutta la parte sottostante.

L’obbligo della mondanità

Non amo festeggiare il mio compleanno. Ritengo sia da coglioni brindare agli anni che passano e che ti portano lentamente verso la fine dell’esistenza. Ma quell’anno era diverso. I miei primi 57 anni, erano il pretesto per legittimare l’ingresso ufficiale all’interno di un società che resta mafiosa nella ideologia, perché la convinzione di ritenere legittimo un sistema oligarchico, è nella testa, è nel DNA. Al potente è consentito violare le regole. E’ consentito costruire ad un metro dal mare, è consentito abitare in castelli in pieno centro urbano e scaricare i costi sulle srl. E’ consentito fare l’assessore ed autorizzare licenze impossibili in pieno centro urbano. E’ consentito entrare in giunta per un annetto ed approvare una veranda da oltre cento metri per il suo ristorante, occupare tutto il marciapiede ed un pezzo di strada, come ha fatto il genero di Laruccia. E’ consentito fare il dirigente in Comune per impiantare in una Lama un ristorante con immense verande esterne, tutto abusivo e precario, come ha fatto un dirigente del Comune e sotto gli occhi del sindaco che ci va a mangiare, dei locali Carabinieri,della locale Guardia di Finanza, dei Viigli Urbani..e di Vendola che con molta probabilità a Polignano non c’è mai stato.

Ma tutti hanno famiglia. Figli da sistemare. Appartamenti da comprare.

Nel salone a giorno abusivo di casa Divella, allestimmo al meglio gli spazi per la grande cena del 16 agosto 2007, giorno del mio compleanno. Quel sacrificio era necessario, anche se da diversi decenni non festeggiavo più quella data infausta.

A sera inoltrata iniziò l’ingresso in società del quotidiano Il Lavante. Brindisi ed annunci ufficiali per fissare la data d’uscita presumibilmente tra ottobre e novembre.

Ospite d’onore Ignazio Fiume, la di lui consorte, Rosanna Modugno, imparentata alla lontana con il più famoso uomo in frack Domenico o almeno così diceva, eppoi l’intera compagine dei Laruccia, cognata in testa ed il gruppetto della mia amica Franca. Una quarantina di persone sistemate nel verde del piazzale di villa Divella, pavimentato con le pregiate ed antiche “chianche” che costano un occhio della testa a metro quadro.

Ad occupare la scena e le critiche delle paesane, la signora Modugno in Fiume. Inutile raccontare quel che vomitarono della riccona tutte le signore presenti,visto che neppure la più nota Modonna del Pozzo della vicina Capurso, era mai stata addobbata di oro e diamanti. Ne aveva davvero tanto e forse  il peso di tanto oro superava, quello corporeo che pure è tanto. Si odiavano tutti reciprocamente, ma avevano tale e tanta abilità comunicativa che riuscivano a mascherare l’odio con sorrisi di circostanza,abbracci e baci. Fu in quella circostanza che il Fiume, manifestò l’intenzione di avere un ruolo all’interno della società editrice, non disdegnando una possibile acquisizione di quote.

L’estate fu propizia per socializzare, ma soprattutto fotografare la realtà con cui si sarebbe poi scontrato quel lavoro di inchiesta che è tipico delle nostre iniziative editoriali. Fummo assaliti, è questo il termine giusto, veritiero, da centinaia di richieste di assunzione. Tutti cercavano la strada giusta per avvicinarci, pur se a gestire il traffico dei nostri futuri dipendenti ci pensava Laruccia affiancato dal Fiume. Anche il ricco per caso aveva da sistemare alcune pratiche di famiglia. Il fidanzatino di una delle tre figlie. Il cognato che aveva fatto flop con una polleria, ma si guardava bene, il Fiume di inserirlo nelle sue svariate attività. Il compagno della insostituibile socia. Eppoi in cantiere, Ignazio doveva sbarazzarsi della ingombrante figura della figlia maggiore che, a suo stesso dire, lo controllava con ossessione per la paura che il neo miliardario prendesse qualche sbandatae facesse la fuitina.  Racconta la figlia: ogni sera quando rientra vado a controllare la macchina, poi gli controllo il telefonino, leggo i messaggi, vedo chi l’ha chiamato.  Ma soprattutto il povero Ignazio, doveva fare in modo che la intraprendente figliola non frequentasse l’agenzia immobiliare, pur se questa ragazzina all’epoca  di appena 23 anni, laureata  alla Lum di  Degennaro dove insegnava un amministratore delle srl del padre, la ragazzina dicevo ha un ruolo determinate nella gestione non ufficiale delle pratiche finanziarie.

Di tanto in tanto però dovevo far rientro a Roma per avviare lo spostamento della rotativa. In un primo momento, infatti, solo una sarebbe stata spostata a Bari, quella necessaria alla stampa del giornale. Le altre da Nettuno, dovevano essere spostate a Pomezia per una questione logistica.

Ero a Roma quando all’ora di cena ricevo una telefonata sul cellulare da Vito Laruccia, il quale mi invita a raggiungere Monopoli: dovevo incontrare con una certa urgenza una persona. Un invito insistente, ma soprattutto rifiutava di indicare chi fosse il misterioso personaggio.

Raggiunsi Monopoli il giorno successivo avendo fissato l’appuntamento presso il suo stabilimento di piastrelle e di arredi per bagni.

Mi fecero accomodare in un locale attrezzato a sala riunioni una decina di metri sotto il livello del mare e dopo una quindicina di minuti Laruccia mi presentò l’uomo misterioso.

Era Enzo Magistà, noto personaggio televisivo locale,eminenza grigia dell’hinterland barese, capace di dar lavoro a buona parte dei figli dei potenti locali, dar lavoro a qualche personaggio all’Ordine dei Giornalisti, del sindacato, diciamo per un bisogno di non fare entrare più di tanto nelle intricate maglie dell’organigramma aziendale, la presidentessa dell’Ordine, La Forgia, più nota per i parenti  presidenti di banche che per le sue gesta giornalistiche. Quelle posizioni di rendita di cui accennavo all’inizio. Già, perché la storia di Telenorba, dei giornalisti assunti da una azienda del gruppo che presta servizi all’emittente ed i miliardi che lo Stato paga,su certificazioni sospette di un ente pubblico regionale: ovvero uno dei libri da scrivere.

L’esordio di Magistà non fu dei  più felici: “..insomma- disse il baffino pugliese- si edita un quotidiano a Bari e provincia ed io non ne so nulla..”

Hai capito che roba! Non avevamo pagato il dazio. Avevamo dimenticato di chiedere il lasciapassare. Ancora oggi non ho capito che diavolo volesse il tizio, perché quell’incontro durato solo pochi minuti non approdò a nulla salvo a farmi girare il monumentale apparato riproduttore. Naturalmente mi chiesi la ragione di tanta doverosa riverenza del Laruccia nei confronti di Magistà . Misteri che scopriremo nel proseguo del nostro lavoro di inchiesta iniziato con il quotidiano e che continuerà con questa narrativa .

A questo punto dobbiamo aprire una doverosa parentesi. In  quello specchio di terra compreso tra Bari e tutta la provincia, per una ragione di diffusa illegalità,ormai tanto in uso che ha di fatto sostituito ogni legittimità istituzionale, costituendo un’organizzazione parallela al diritto pubblico ed incastrata nel tempo a quelle regole che in altre zone d’Italia rispondono a metodi criminali, ma in quell’area geografica ha dato vita ad una gestione illecita, capace di avere coperture nei punti chiave del sistema di controllo.

Facciamo un esempio tanto per capirci. Polignano a Mare è costruita in buona parte su un costone a picco sul mare. Sostanzialmente lo sviluppo urbanistico dovrebbe espandersi nell’entroterra. Il vero business però lo si fa costruendo sullo scoglio, ampliando l’esistente in riva al mare. Un ristorante ha un effetto se ci fai una veranda sul mare. Un albergo funziona meglio se è a vista mare. Ma quel costone su cui si fonda la città, prima o poi cede al cemento. In qualunque altro posto del mondo ci sarebbe il divieto assoluto di muovere una pietra. Ci sarebbe la galera certa per chi compie scempi di quel tipo  mettendo a rischio un intero paese. L’organizzazione parallela e sostitutiva dello Stato interviene andando a fare iniezioni di cemento nella roccia marina per reggere la scandalosa e continua cementificazione della costa. Vale a dire che il divieto civile ed istituzionale di non cementificare, viene sostituito illecitamente dalle iniezioni di cemento nella roccia che il privato mette in atto su un bene che è pubblico e che per tale ragione non dovrebbe essere concesso agli affari personali del potente o del mafioso.

Com’era dunque possibile dar vita ad un quotidiano di denuncia che costituiva una possibilità certa di alternativa alla Gazzetta, saldamente posizionata a sostegno di questa ambientazione. Tanto vero che quando lo storico quotidiano si ritrova nel 2007 con 30 milioni di euro di buco, fa presto a trovare i quattrini per risanare, andando a scomodare la potente imprenditoria di Noci attraverso le solite operazioni bancarie che narreremo prossimamente.

C’erano quindi gli spazi per un giornale alternativo e non allineato e questo giustificava lo spostamento di macchine industriali e l’investimento al sud. Con una struttura agile e con il prodotto fatto in casa, a conti fatti, era sufficiente vendere due mila copie del giornale per fare già utili. Se a questo aggiungevi l’attività tipografica in una zona scarsamente servita, l’investimento non era un’avventura, ma di fatto una certezza.

Il 23 novembre 2007 esce il primo e storico numero del quotidiano il Levante, con uno schema ben preciso. Attaccare e consolidare l’immediata provincia di Bari per il primo anno e preparare la scalata alla città l’anno successivo. Sin dai primi numeri, si avverte il contrasto con le istituzioni locali che non erano abituati ad una pressione giornaliera e ad un controllo così costante del loro operato. Tant’è che dopo i primissimi numeri, il sindaco di Conversano, una paesino nell’entroterra barese ha una reazione scomposta ad un articolo che non aveva nulla di scandaloso, ma che significava un percorso pericoloso che bisognava bloccare. Accade qualcosa di incredibile che solo da quelle parti è possibile attuare. Neppure nei paesi ad alta densità mafiosa accadono fatti simili. Il primo cittadino di Conversano si rivolge al locale comando dei Carabinieri e quale ardimentoso e probabile sostenitore elettorale, utilizzando i poteri dello Stato sequestra in tutte le edicole le locandine del giornale che riportavano il titolo dell’articolo in questione motivando il sequestro della locandina una prova per la diffamazione operata in danno del sindaco. Nel senso che il maresciallo si sostituisce al Magistrato  ed invia il tutto alla Procura. Naturalmente la Procura non può far altro che non convalidare il sequestro. Sull’episodio perdiamo per strada il primo Direttore del giornale dopo soli pochi giorni dalla pubblicazione perché il sindaco non contento, aveva fatto pressioni sul Direttore promettendo che non avrebbe inoltrato querela se il giornale avesse fatto pubbliche scuse il giorno successivo. Lo scontro fu inevitabile. Le scuse non furono pubblicate, la querela non è mai partita e l’abuso di potere non ha trovato uno sbocco naturale così come solitamente accade in buona parte del resto d’Italia.

Corna e suicidi diventavano gossip

I primissimi momenti di vita redazionale furono drammatici dopo l’ingresso del miliardario monopolitano nel giornale. Dieci giornalisti assunti, un direttore, De Russis, suggeritoci dal clan di Laruccia che presumibilmente aveva forti radicamenti locali e quindi soggetto ideale per quel che avevamo in mente di fare ed una forte autonomia del direttore. Tanto forte che quando mise mano alla redazione, per redigere un quotidiano locale volle circondarsi di oltre sessanta collaboratori esterni che forse neppure il Corriere della Sera ha, a parte il corpo redazionale. Ignazio Fiume, pretese una serie di assunzioni giornalistiche come la nipote ed il figlio del direttore dell’Antonveneta monopolitana, giovane di talento e gran lavoratore. Quello che scaturì da queste assunzioni è davvero indescrivibile. La mia amica Franca, andò su tutte le furie: non avevano chiesto il suo benestare,l’avevano scavalcata e, forte del sostegno della sua fedelissima Mariuccina, aprirono il sipario ad una telenovela polignanese dai risvolti raccapriccianti, tanto per dimostrare la presunta inaffidabilità di Di Grassi.

C’erano lotte intestine tra un gruppetto di ex amici che si rinfacciavano a distanza orribili vicende di corna e di suicidi. Come quella di un ex amico che scopre l’adulterio della moglie ed un giorno si toglie la vita. Le accuse del gruppetto ostile, capeggiato da Franca e Mariuccina metteva sotto accusa l’amico Di Grassi perché aveva fatto di tutto per fermare l’evoluzione della cronaca, senza disdegnare frecciate all’ex capitano della locale stazione dei Carabinieri che a loro dire aveva evitato ogni conseguente diffusione della notizia,come si conviene in storie come questa. E mentre andava in onda lo scontro paesano tra fazioni che da quelle parti hanno un peso specifico nel contesto sociale, la signora Fiume si era interessata e non poco di editoria. Un pomeriggio arrivando in redazione trovammo la locale Madonna del Pozzo chiusa in camera con un giornalista. Alla fine della lunga conversazione chiedemmo legittimamente delle spiegazioni al redattore il quale riferì che la signora, moglie dell’editore Ignazio Fiume, aveva dato disposizione al giornalista Montalbò di recarsi il giorno successivo presso la scuola della figlia per effettuare un’intervista ad un professore,perché in quella materia la figliola,diciamo che zoppicava un po’. E non destò minor meraviglia la notizia che ricevemmo dalla sede del consiglio comunale di Monopoli dove era in corso un convegno al quale la signora Fiume si era presentata in qualità di inviata speciale del giornale.

Il culmine del degrado accadde dopo alcuni giorni quando in pieno pomeriggio mentre la redazione era in piena attività,irruppe la signora Fiume e bloccò tutti perché a suo dire era necessario passare l’aspirapolvere. Armata di un potentissimo bidone aspiratutto si mise in libertà, assunse le vesti di abile donna delle pulizie e lucidò a dovere 400 metri quadri di redazione mentre i giornalisti, sgomenti si interrogavano a ragione sulla loro infausta fine.

Intanto, dopo la fuga di De Russis, minacciato di querela dal sindaco di Conversano, affidammo l’incarico di Direttore ad uno dei redattori, Saverio Ricci.

Ricci inoltrò anche a nome dei redattori una protesta legittima verso le continue ingerenze della signora Fiume. Presi atto e mio malgrado convocai il Fiume al quale riferii in merito a quanto accadeva. E ne feci accenno anche alla figlia del Fiume, Valeria che nel frattempo il padre aveva sistemato nella Progetti Editoriali con il super grado di Direttore amministrativo. Fu la figlia Valeria a tenere a freno le intemperanze della Fiume che per qualche tempo rinunciò alle visite pomeridiane di intrattenimento redazionale. Non durò molto. La signora si riaffacciò a seguito della richiesta da parte del direttore di non assumere una giornalista che dopo un periodo di prova non era stata ritenuta idonea a ricoprire l’incarico redazionale. La giornalista in questione non mollò facilmente l’osso e ricorse alle “conoscenze” paesane. “..devo chiederti di procedere all’assunzione della Lenoci, impose la Rosanna Modugno in Fiume…”mi ha telefonato il dott. Vincenzo Capobianco” per la cronaca direttore del locale demanio. Certo la cosa ci lasciò perplessi. A sera, sul tardi il brillantinato e stirato a dovere Ignazio, rincarò la dose e mi sollecitò l’intervento pro Lenoci.

Che fare?

Convocai Saverio Ricci e come Ponzio Pilato me ne lavai le mani. Ricci con molta probabilità capì che era conveniente non alimentare polemiche e dette il suo benestare all’assunzione. Chiese udienza al Direttore generale dell’azienda Dicintio Rosa, nonché mia consorte ed esperta del settore per anni di lavoro nel campo editoriale. In verità Ricci trovò una Dicintio decisa più che mai a fermare quell’assunzione. Naturalmente la materia era di assoluta competenza del direttore. Insomma la Lenoci passò e Capobianco doveva andare a ringraziare i Fiume, caso mai avessero avuto qualche problema demaniale.

Erano i primi passi di un giornale che doveva imporsi sul mercato, ma soprattutto doveva trovare lettori pronti a recepire che poteva esserci un’alternativa allo storico giornale,perché il forte radicamento nella immediata provincia di Bari de Il Levante,apriva inevitabilmente ad un enorme interesse, considerate le caratteristiche del giornale, aperto a quelle inchieste territoriali che non potevano trovare spazio sulla Gazzetta che dalla città considerava e considera il lettore di provincia, cittadino di serie B a cui è sufficiente concedere la velina della locale stazione dei Carabinieri per farli felici.

Irrompere localmente con inchieste sulla conduzione amministrativa dei Comuni era un novità imprevedibile che suscitò non poche reazioni,vicende che in un primo momento videro il Fiume fortemente interessato a far da pompiere per una maggiore visibilità legata ai suoi interessi immobiliari. Si rivolgeva a lui il sindaco di Polignano per ammorbidire la linea editoriale. E questo iniziava a procurargli più di un problema, perché era difficile se non impossibile poter ottenere “sconti di penna” da una redazione che era piuttosto agguerrita e che in verità dava qualche soddisfazione. Ricci era un buon direttore, coadiuvato dal capo redattore Maria Sportelli e dal Capo servizio Lucia Carbonara, moglie di Ricci,ma certamente assunta per meriti personali e non per parentela.

TERZO CAPITOLO

Ero andato via dalla Puglia alla tenera età di 35 anni, dopo un decennio di lavoro alla Fiat,migrante tra Torino, Milano e Bari. Erano gli anni in cui l’assunzione alla Fiat era preferibile ad un posto al Ministero. Era il ‘73 ed erano  gli anni in cui la Fiat costruiva la vera ricchezza,quella che l’avrebbe fatta campare di rendita sia pure parassitaria. C’era un sud e c’era una forte spinta politica pugliese che portava al Governo personaggi che dovevano tenere sempre attivo un elettorato fortemente disponibile al voto di scambio, fatto imprescindibile per costituire apparati politici che dovevano tenere lontani quei comunisti che ancora rumoreggiavano con gli ideali della lotta di classe. La Fiat sfrutta bene quel momento e quando accetta l’apertura di stabilimenti in Puglia gioca il più bieco ricatto della storia imprenditoriale di questo Paese che poi rappresenta una delle cause più certe dell’indebitamento pubblico che tanto ci affligge oggi. Il ricatto si fondava su un principio inaudito: apro al sud, ma il personale assunto devo formarlo prima negli stabilimenti del nord e questa formazione sarà a carico dello Stato. SI scatenò una guerriglia sociale quando le segreterie dei partiti in Puglia avviarono la diabolica macchina clientelare del posto di lavoro alla Fiat di Modugno. Migliaia di posti di lavoro anche se al momento del colloquio dovevi accettare lo scotto di andare sei mesi o un anno a Torino per corsi di aggiornamento. Ci capitai anch’io super raccomandato dall’allora Generale dell’Arma dei Carabinieri Enrico Mino. Poteva apparire anche normale quel baratto di impiantare fabbriche al sud e far pagare allo Stato il conto della formazione, se fosse stato vero. In verità appena giunti a Torino, fin dal primo giorno finimmo tutti in produzione affiancati per qualche giorno da operai più anziani e prossimi alla pensione che ti illustravano il funzionamento della macchina utensile e dopo una settimana  facevi parte di un organico che entrava in piena produzione.

Insomma, per oltre un anno la Fiat produceva abbattendo tutti i costi del lavoro che detto in soldoni portava nelle casse del tesoro privato degli anni utili netti che superavano il 35% relativo al costo lavoro da aggiungersi all’utile aziendale. Solo alla Carrelli Elevatori di Modugno era un migliaio i lavoratori che andavano a fare corsi di formazione per lavorazioni completamente diverse da quelle che avrebbero fatto a Bari. Fu in quegli anni che si costituiva in Provincia di Bari quel potentato economico diviso equamente tra democristiani,comunisti e socialisti che oggi rispondono ai gruppi imprenditoriali come gli Intini,storicamente vicini a Dalema, i Fusillo ed i Curci di area democristiana oggi PD come Letta ed i Putignano, socialisti nati da una costola di Formica. Questi gruppi economici storici, tutti arroccati a Noci, piccolo Comune in provincia di Bari, costruivano una forma di vassallaggio economico che si diramava in tutta la provincia attraverso personaggi di scarso valore finanziario che magari se la passavano male come i monopolitani Ignazio e Vincenzo Fiume, che erano disposti ad una consociazione illegale di finanza allegra, costruendo di fatto poste economiche a nero per i padroni, derivanti da compravendite immobiliari. Inizialmente buona parte dell’attività sospetta derivava dalle vendite all’asta di cui Formica deteneva il controllo per poi proseguire con le cartolarizzazioni .Immobili che venivano venduti dallo Stato o dal Demanio per poi essere rivendute sempre allo Stato. A dirigere le partite di giro fasulle, tre istituti bancari: Montepaschi, Antonveneta e Banca Popolare di Bari che non solo diventano funzionali al sistema truffaldino di compravendita, ma in alcuni casi entrano in ballo direttamente i banchieri che costruiscono forme di ricchezze personali attraverso operazioni finanziarie farlocche come vedremo in seguito.

E’ in questo contesto che inconsapevolmente si inserisce un quotidiano che dimostra di avere dimestichezza nel preparare inchieste giornalistiche peraltro tutte documentate.

Naturalmente la redazione non era preparata a queste forme di giornalismo, perché da quelle parti se solo sfiori gli interessi del potente, perdi anche l’opportunità di lavorare da precario, pur se quei giornalisti avevano il talento giusto per contrastare quelle forme illecite di economia che rappresentavano e rappresentano le veri ragioni del precariato.

Intanto dopo solo un mesetto dall’inizio dell’attività editoriale, il socio Ignazio Fiume non aveva terminato con le sue problematiche familiari. La sua socia, la brillante accompagnatrice, decisamente abbondante fronte-retro,aveva deciso che il suo Giacomo, fidanzato ufficiale, doveva essere sistemato nell’azienda editoriale. Ignazio non se lo fece ripetere due volte. Aveva modi ammalianti e quando mi sottopose il problema, mi chiese una sistemazione di prova: “vediamo come va per un mesetto” disse prospettandomi un caso umano. Certo era difficile piazzare in un giornale una persona che per mestiere faceva il rappresentante di farina. Non era un’imposizione, ma se quel socio prospettava di avviare un programma più ampio che avrebbe unito le due attività,quella tipografica e quella editoriale per dar vita ad una vera alternativa alla Gazzetta del Mezzogiorno, diciamo che era legittimo tenerlo in qualche considerazione se quel 30% sarebbe diventato a breve il 50% con un investimento iniziale di un milione di euro, mentre a me il compito di allestire con tre rotative lo stabilimento tipografico,spostando tutti gli impianti di Roma.

Fu così che Giacomo il giorno successivo si presentò puntuale al lavoro, anche se inizialmente davvero non sapevamo dove collocarlo.

Non l’avessimo mai fatto. Quando Rosanna Fiume, moglie di Ignazio apprende la notizia, si precipita in redazione, entra nella mia stanza,chiude la porta e chiave e mi chiede spiegazioni. In un primo momento tira fuori la storia che quel ragazzo ha poche capacità, vuole convincermi che è preferibile non assumerlo perché sarebbe stato di peso. Poi si distende ed entra nello specifico. Mi chiede cosa avesse detto il marito, come l’aveva proposto, come l’aveva presentato, se era stata la socia del marito a fare pressioni.

Gli dissi la verità. Risposi che la procace signorina non aveva mai chiesto nulla e che era stato il marito a proporlo. E mentre discutevamo sull’opportunità o meno di assecondare le richieste di Ignazio,come fosse un copione già scritto, arriva la figlia Valeria, già accolta con i gradi di Direttore amministrativo della Progetti Editoriali. Valeria conferma le tesi della madre. Usa termini che è preferibile non ripetere, ma lancia uno strano messaggio. “Io-dice- ogni sera sono costretta e controllare mio padre. Quando si addormenta controllo le telefonate ed i messaggi ricevuti. Prendo le chiavi della macchina e vedo se ci sono tracce sospette. A sorpresa mi presento in ufficio…”

“Ma hai delle motivazione- le chiedo- per mettere su questo servizio investigativo..”

E lei: “no, non abbiamo nessuna certezza, ma ho delle responsabilità, sono custode di tanti affari che mio padre mette nelle mie mani ed io custodisco ed ho paura che potrebbe avere qualche debolezza. E’ un uomo ricco ed è facilmente abbordabile, eppoi non capiamo la ragione per cui si porta la socia dovunque,anche fuori dal lavoro..”

Sono decisamente imbarazzato. Non so che fare. Certo dovevo evitare contrasti in un ambiente di lavoro già contaminato dall’ingerenza della signora Fiume e dalle intraprendenza della figlia direttore amministrativo che faceva anche la vivandiera e controllava quello che i dipendenti ordinavano al ristorante che portava piatti a domicilio per il nostro servizio mensa. Depennava dalle ordinazioni la bottiglietta di birra che Montalbò era solito bere a cena, verificava che quanto ordinato singolarmente rispondesse alla lettera o al centesimo a quanto spettava loro giornalmente, fino al punto da eliminare i beverini di acqua che erano stati messi in redazione, sostenendo che qualora avessero avuto sete potevano portarsi da casa l’acqua minerale. Un controsenso con le sue borse da 600 euro e diecimila euro spesi per la depilazione totale a parte le levigature periodiche. Apprendevo per la prima volta che gli studi di estetica dovrebbero essere dotati di qualcosa simile più o meno alla pialla del falegname,usata per levigare il sedere quando questo con molta probabilità presenta un adipe eccessivo.

QUARTO  CAPITOLO

Potrebbe apparire una contraddizione il particolare che fin dalle primissime battute Il Levante diveniva un rischio serio per quelle posizioni di rendita che in Puglia sono determinati se si pensa ad una mafiosità intellettuale che vede “nelle famiglie” non solo un nepotismo esasperato, ma l’occupazione di posti chiave nel moderno pattume di casta.

I primi a muovere crociate contro il giornale furono gli apparati di potere che ruotano dietro il sistema dell’informazione. Ordine dei Giornalisti, sindacato di categoria, i quali affossano la richiesta di avviare al praticantato tre nostri giornalisti adducendo come motivazione quella che il giornale sarebbe durato solo pochi mesi. Sarebbe come se la Camera di Commercio non concedesse la licenza ad un commerciante immaginando che la sua attività è destinata a cessare in pochi mesi. E questo rispetto ad una struttura che aveva impiantato già due rotative ovvero una da 40 pagine con otto a colori ed una da 56 pagine con due torri colore. Vale a dire che senza alcuna logica legata a finanziamenti di Stato o regionali, si spendevano oltre 150 mila euro di trasporti, montaggi e collaudi, per buttarli dalla finestra dopo qualche mese, a parte i prezzolati che sostenevano una sorta di tentata vendita alla ricerca dei miliardari. Presupposto che non sarebbe neppure scandaloso, perché quando la Gazzetta sta in mutande, è costretta a ricorrere ai denari sospetti di Fusillo per tenerla in piedi. Ed il termine “sospetti denari” non è buttato lì a caso perché sarebbe interessante capire come il nocese Vito Fusillo abbia fatto a mettere insieme 60 miliardi di vecchie lire a fronte di una esposizione di circa 200 milioni di euro risultante in quel momento alla Centrale Rischi. E qui entra in ballo quel famoso traffico di denaro sospetto prodotto da banche locali che già sono finite nel mirino della magistratura pugliese,vedi banca Meridiana ed il gruppo Degennaro, altri padrini delle opzioni imprenditoriali messe in piedi quando la Gazzetta lanciò il grido d’allarme del possibile tonfo. Una vicenda davvero oscura se è vero che il 19 febbraio 2008  Degennaro costituisce la Barieditrice SRL  per entrare e sanare i debiti del giornale, ma il tutto viene girato inspiegabilmente a Fusillo e guarda caso ad Aprile 2008 Barieditrice srl con 36 milioni di euro finisce sotto l’ala protettrice di Mediobanca. Come dire, si parte da un’operazione finanziaria sospetta del gruppo Fusillo, finanziata interamente da Banca Popolare di Bari che presta i soldi alla Fimco, a rischio con 200 milioni di euro. Mediobanca ci mette il cappello perché con molta probabilità quel prestito diviene poi acquisizione e probabilmente Fusllo e banchiere metteranno in tasca un pacco di miliardi quando andranno a rivendere il pacchetto di quote che nella sostanza pesa tutta sui bilanci della banca,coperta dal valore fittizio delle quote. Vale a dire che Fusillo non ha tirato fuori una soldo e quando andrà a vendere incasserà nella Fimco miliardi che sono piovuti dal cielo.

Ed è questo l’aspetto che preoccupa l’establishment della casta barese e della Baribene. E’ questo che fa scattare Laforgia, presidente dell’Ordine, giornalista di Repubblica a Bari  con tanto di parentame impegnato alla Presidenza del Credito Cooperativo.Il Levante è una zanzara nel sistema, ma rischia di destabilizzarlo perché da decenni si è adagiato su quelle posizioni comode di controllo di una illegalità economica finanziaria dove le banche locali rappresentano la Cupola della malavita affaristica.

Non solo quindi ci viene negato con un atto incostituzionale e repressivo la possibilità di avviare praticanti, andando a bloccare carriere professionali certe, ma partono attacchi mirati alla persona dove si tenta di descrivere l’autore di questa iniziativa editoriale al pari di un delinquente comune, scappato dal Lazio, che addirittura viene a sfidare i vertici di un potentato che hanno fatto un patto di “stabilità” consociativa di potere.

“Dobbiamo verificare se ci sono le condizioni di lavoro idoneo per i giornalisti,ovvero se hanno postazioni di lavoro, mezzi a disposizione..” queste più o meno le false tesi sostenute da una legge interna all’Ordine antica di 25 anni e mai utilizzata, che evidentemente non fa legge, ma fatto spettacolare, bastava andare in visita in redazione per rendersi conto che non solo i mezzi messi a disposizione erano superiori all’iniziativa di quotidiano locale, ma erano rispettate tutte le regole contrattuali. E lo dimostra un’ispezione inviataci dopo solo due mesi di attività da parte dell’INPGI quale primo tentativo di bloccare l’iniziativa editoriale. Ed è straordinario leggere i verbali da cui si evince l’ottima organizzazione ed il rispetto di ogni regola. Vero che gli Ispettori quando terminano il loro lavoro,vanno via complimentandosi con il nostro Direttore Generale per l’efficienza.

Fallito il primo tentativo e fallita la nefasta profezia dei vertici dell’Ordine dei Giornalisti che saremmo durati poco meno di due mesi, il problema Levante si faceva sempre più serio. Quei giovani giornalisti diretti da Saverio Ricci, erano dei talenti veri. Quella squadra poteva rappresentare una vera e propria rivoluzione al sistema, perché Ricci aveva iniziato a mettere le mani sul Miulli, una clinica  privata della Curia gestita dall’onnipresente Fimco di Vito Fusillo,un campione assoluto di affari sporchi, mentre a Polignano il Levante fa scoppiare il caso dei Tributi locali affidati a genovesi di Tributi Italia, i Saggese ed il sospetto di mazzette pagate ai politici locali non escluso qualche pezzo importante della Provincia, quando si leva il chiacchiericcio paesano di acquisti immobiliari improvvisi da parte di qualche assessore, dal valore di 600 milioni di euro, che coincidevano con la costituzione a Polignano a Mare della Tricom, società mista a prevalente capitale pubblico, dove il privato era nelle mani dei genovesi. Certamente chiacchiere paesane su cui non ci è stato dato il tempo di metterci le mani. Un argomento che vedeva coinvolti nel triste affare speculativo, anche il sindaco di Fasano Di Bari che per salvare la Tricom dalle possibili macerie entra nella Società mista acquisendo il 6% di quote e di fatto togliendo all’opposizione polignanese la possibilità di avere la meglio se è vero che di colpo quel 51% pbblico veniva frammentato ed il privato con il 49% diveniva il maggior azionista. E sempre sul fronte del nocese Fusillo, in contemporanea il Levante faceva partire un’inchiesta importante sulle incredibili avventure della Cala Ponte SPA,ovvero un Porto Turistico che si sarebbe dovuto realizzare a Polignano, la cui proprietà detenuta dal Comune passa a costo quasi zero sempre nelle mani della Fimco SPA per un affare che nel tempo coinvolge anche l’ex Presidente e pastaio Divella, attraverso una speculazione edilizia legata alla costruzione del Porto su cui l’ottima Procura barese forse dovrebbe metterci le mani nel ricostruire taluni passaggi.

Abbastanza facile capire che stavamo mettendo la “penna” su una polveriera che proprio dall’immediata provincia barese poteva far saltare un sistema truffaldino di speculazioni e facili arricchimenti che forse non aveva eguali nel resto d’Italia.

Non è un caso se per l’inchiesta TRICOM la direzione de Il Levante decide di premiare con un assegno simbolico di 100 euro a testa e con tanto di cerimonia interna, le due redattrice Sportelli e Campanella protagoniste di servizi giornalisti che non avevano nulla da invidiare ai più grandi quotidiani italiani.

Ma quel metodo innovativo di giornalismo non solo faceva tremare i Palazzi, creava  disagio vero alla Gazzetta che iniziava ad inviare ispettori nelle edicole perché spesso il Levante in alcuni paesi superava le vendite dello storico quotidiano. Una preoccupazione tanto vera che dalla sede del quotidiano barese inizia a nascere l’idea di far ricorso a due direttori responsabili uno dei quali sarebbe stato responsabile proprio dell’aera provinciale se è vero che il Levante iniziava a muovere i primi passi nell’area BAT (nord della provincia) e se è vero che intanto la struttura tipografica iniziava a produrre per terzi con fatturati certamente ancora irrisori che oscillavano tra i 40/60 mila euro mese, ma che rappresentavano non solo un primo e timido momento finanziario in grado di abbassare i costi del quotidiano,ma soprattutto uno sviluppo certo in un’aera geografica che avrebbe potuto inglobare buona parte della stampa locale in tutta l’immediata provincia barese.

QUINTO CAPITOLO

Furono momenti di commozione quando un giovane giornalista che proveniva da varie esperienze redazionali, dopo il primo mese di lavoro ritirò la sua busta paga. Aveva le lacrime agli occhi: “ per la prima volta-disse- ricevo una busta paga su cui è impresso che il mio lavoro è quello di giornalista…”

E fu la stessa identica emozione per Maria Sportelli capo redattore  a il Levante e proveniente dalla redazione di un settimanale locale il cui editore, Vito Scisci, era anche vice Presidente dell’ordine dei giornalisti. Nessuna assunzione,lavoro a tempo pieno, ma costretta a pagarsi i contributi quale redattrice free-lance per poter affrontare gli esami da giornalista professionista. Essere assunta in un giornale con contratto a tempo indetermintato rappresentava il coronamento di un sogno.

Stessa sorte per Lucia Carbonara, che prima di entrare a far parte della squadra de il Levante con mansioni di Capo Servizio, prestava lavoro a tempo pieno in una radio locale, ma doveva emettere una fattura mensile,anche se lavorava a tempo pieno e continuato.

Ed altrettanto avvilente il racconto di Saverio Ricci proveniente da un quotidiano locale,che percepisce anche finanziamenti pubblici con redazione in un capannone dove l’estate muori di caldo e d’inverno lavori con la coperta addosso. Doveva scrivere una mezza dozzina di pagine al giorno a mille euro al mese. Quando gli fu proposto di passare da redattore de Il Levante a direttore responsabile,vide triplicare il suo stipendio. E non erano dilettanti allo sbaraglio ma con molta probabilità rappresentano la miglior scuola giornalistica pugliese. Ma sono ragazzi semplici, che non hanno santi in paradiso, avrebbero tanto da insegnare a presunti professionisti del pattume di casta. L’inciso è d’obbligo per comprendere che dieci su dieci dei giornalisti assunti a Il Levante venivano tutti da situazioni di precariato e di sfruttamento, sotto gli occhi vigili della presidentessa Laforgia che aveva in casa  al suo fianco le anomalie e lo sfruttamento, con un vice presidente editore che confezionava lavoro nero. Un Presidente dell’Ordine che è perfettamente al corrente che in Puglia la casistica del precariato forzato di categoria è impressionante. Allora la guerra fredda a Il Levante non era animata da sani principi professionali, quando ci sono giornalisti assunti con la qualifica di operai e quando devi pagarti i contributi per poter fare un mestiere in cui credi. Forse era a a rischio la sua poltrona quando un quotidiano “senza padroni” poteva ribaltare i risultati delle elezioni ai vertici dell’Ordine, non potendo contare su una cinquantina di giornalisti fuori controllo.

Il mio socio Ignazio, però continuava ad avere problemi familiari. Lui con tutti quei miliardi,c’aveva intorno precari che non aveva nessuna voglia di infilare nelle sue attività. Ed eccolo tornare alla carica anzi eccolo pronto a sversare i rifiuti nella discarica di Progetti Editoriali.

“Ho un cognato che è tanto bravo-mi disse- ma tanto sfortunato. Non ha un mestiere, qualche tempo fa aprì una polleria ma non è andata bene ed è costretto a chiudere. Ce lo troviamo spesso tra i piedi a casa perché non sa dove andare e cerca di sentirsi utile facendo qualche lavoretto di giardinaggio…non riusciamo a trovargli un buco..”

Di assumerlo alla ferramenta della famiglia Fiume non se ne parlava proprio.

“ma dove lo mettiamo- gli chiesi- cosa sa fare..”

“Guarda –continuò il socio- prendilo e mi ringrazierai a vita perché è una brava persona, uno che ha tanta voglia di lavorare. Mettiamolo in tipografia e lì imparerà subito il mestiere..”

Che dirgli. Certo la questione si faceva sempre più complessa. La figlia,la moglie sempre tra i piedi,la nipote giornalista, il fidanzato della socia, ora il cognato. Certo dovevamo assumere altro personale in tipografia,ma avevamo bisogno di gente esperta, che già aveva esperienze di settore, pur se, consapevole che difficilmente avrei trovato sul posto macchinisti di rotativa, mi portai da Roma un dipendente che già lavorava con noi, perché il problema si poneva nel momento in cui dovevamo fare assunzioni di gente già capace e tenerci pesi morti che aggravavano i costi del lavoro. Fu così che anche il signor Modugno,fratello della signora Fiume fece parte dello staff ristretto di Ignazio Fiume.

E’ difficile poter spiegare quel che accade da quelle parti quando s’insedia un’iniziativa industriale che deve fare i conti con un contesto deviato dove la paesanità crea veri mostri che da una parte lottano per la sopravvivenza e dall’altra utilizzano il pettegolezzo quale arma di pressione indiretta di potere. E’ divertente raccontare alcuni episodi di vita vissuta che rappresentano l’istantanea di una foto. Appena mettemmo piede sul territorio a sud Bari ed annunciammo l’apertura d uno stabilimento tipografico con annessa redazione, una delle primissime cose da cui ci misero in guardia la mia amica Franca e la sua amica Mariuccina, fu che ci dovevamo guardare da una certa Rosanna Costa.

“Stai attento- consigliò Franca- vedrai che si avvicinerà, cerccherà di entrare in contatto con te..ma tienila a distanza..”

La cosa non destò la nostra curiosità. Poteva essere un modo come un altro per presentare quegli aspetti negativi di un posto. La questione iniziò a prender corpo, ma soprattutto a prenderla in seria considerazione, quando qualche tempo dopo, senza che avessimo chiesto nulla, anche Vito Laruccia ci mise in guardia da questa famigerata Rosanna Costa aggiungendo che era preferibile tenere a distanza anche il duo Franca-Mariuccina definendole due pericolose pettegole.

Provammo a chiedere qualche dettaglio alla cognata di Laruccia ormai già nostra dipendente ed anche lei, pur se con toni meno più decorosi, si lasciò andare dicendo che bisognava prenderla a piccole dosi  e mantenere le dovute distanze. Ma nessuno era in grado di farci comprendere chi fosse davvero questa Rosanna Costa e quale fosse la sua pericolosità sociale. In verità non si fece mai sentire, né vedere ed oggi dovendo fare una considerazione attenta ed una ricostruzione di cronaca, siamo in grado di raccontarla meglio. Rosanna Costa era amica e frequentatrice assidua di tutti coloro che mi avevano messo in guardia da questo presunto pericolo pubblico. Con lei spesso andavano tutti a cena, si frequentavano nel corso delle varie visite nei salotti della mondanità locale.

Allora perché tutti avevano tanto timore?

Rosanna aveva una grandissima capacità di divulgazione di ogni notizia piccante che poteva riguardare questo o quell’amico. Sospetti di corna, fatti segretissimi riguardanti l’attività o il lavoro, incontri particolari e se apprendeva che per un paio di volte due persone si incontravano magari anche per caso, nasceva il caso, si insinuava il dubbio ed i salotti mondani si aprivano al gossip che da quelle parti è pettegolezzo puro . E tutti avevano un gran timore di frequentarla, ma altrettanto timore o non farlo.

E’ vitale descrivere aspetti di vita reale del sud perché il rapporto produzione-ambiente, lavoro e modello sociale è direttamente proporzionale alla possibilità di poter far ricorso ad un indotto essenziale tra piccole imprese ed artigiano e commercio. Non ci troviamo di fronte a realtà sottosviluppate, anzi l’esatto contrario, con un livello culturale decisamente più armonico e sviluppato rispetto alla paesanità del nord.

Ma retaggi culturali del brigantaggio erano quasi naturali e quando arrivava lo straniero ed impiantava l’azienda erano i cosiddetti capi-famiglia, tanto per identificare lo stesso concetto dell’onorata società, che dovevano identificarti e studiarti. Ed erano loro che poi dispensano il lavoro a coloro che non hanno mestiere e che tengono a dovuta distanza dai loro interessi.

Infatti il travaso di questo mondo sommerso di lavoro che spesso viene utilizzato dai capi-famiglia per umili lavori a pochi euro l’ora a nero, è pratica diffusa che serve ad acquisire il consenso locale ed il rispetto come si conviene ad un boss..

La moglie di Laruccia, patron del Covo dei Saraceni ed imprenditore di bagni cresciuto quando Matarrese filava, invitò il Direttore Generale in albergo per un aperitivo e gli mollò un altro caso umano. “Un giovane sfortunato,tanto bravo, che ha tanto bisogno di lavorare. Un favore personale-disse la signora, sta tanto male..”

Una breve consultazione dei vertici aziendali e dovendo procedere in ogni caso ad altre assunzioni in tipografia, fu deciso di assecondare la signora Laruccia, nonostante qualche giorno prima avevano risolto alla famiglia un altro caso umano,quello della nuora che data la delicatezza dell’argomento preferiamo evitare i dettagli.

Peccato che il “bravo ragazzo” tanto raccomandato dalla signora Laruccia, aveva in corso una condanna a due anni di reclusione per bancarotta fraudolenta.

Ma l’assedio non aveva tregua, perché inutile che si raccontano episodi piccanti di amanti, figli di amanti che i “capi-famiglia, volevano infilare, pur se il nostro socio non si dava tregua. Torna infatti alla carica e continua a proporre ancora parenti. Eccolo presentarsi con un altro caso umano, il fidanzatino di una delle sue tre figlie. Il costo del lavoro iniziava a lievitare oltre misura.

SESTO CAPITOLO

Ovvio che in certi casi è necessario fare quella giusta autocritica, perché sarebbe legittima la domanda di ogni lettore nel chiedersi: perché hai accettato quelle imposizioni?

Giusto. E qui devo ammettere che le donne hanno sempre ragione. Mia moglie, infatti,aveva gridato la sua contrarietà ad ogni conduzione societaria, fin dal primissimo momento quando Vito Laruccia in qualche modo si propose per acquisire delle quote sia pure minimali, di rappresentanza. Sostenere che quel tipo di informazione forte,d’inchiesta non poteva contemplare apparentamenti locali, era legittimo, anche perché il progetto iniziale partiva con una capacità operativa finanziaria di due anni e prevedeva un’azienda che non avrebbe superato i dieci dipendenti iniziali, che avrebbe servito una mezza dozzina di Comuni, con un bacino d’utenza tra i 200/300 mila abitanti. Gli impianti tipografici iniziali, consentivano non solo di abbattere la spesa di un buon 50%, ma di importare una produzione sia pure minimale come poi è accaduto, che in pochi mesi avrebbe abbattuto di un ulteriore 30% i costi del giornale. Anche perché tutta la produzione tipografica per conto terzi girava sulla rotativa che avevamo portato a Monopoli. Le previsioni di spese programmate non superavano i 28 mila euro mese. Una spesa che, così come ’è accaduto, dopo tre mesi sarebbe scesa a  6 mila euro, perché 22 mila euro provenivano dagli utili della produzione conto terzi della tipografia. Significava che dopo un anno l’azienda sarebbe andata in attivo, perché quel territorio aveva un bisogno reale di una struttura tipografica che accogliesse tutta la stampa locale fatta da centinaia di piccole realtà editoriali che non avevano sfogo, dovevano far ricorso ad un paio di strutture industriali costrette a praticare prezzi decisamente più alti. Stampare giornali a 32 pagine a 600 euro a numero, contro le oltre mille richieste sul mercato, significava un abbattimento di costi enormi per le piccole realtà paesane. E significava anche che, quell’autonomia finanziaria di due anni, andava ben oltre le previsioni se a soli sei mesi potevamo già pareggiare i conti. Dunque, mio malgrado, devo ammettere un errore di valutazione, rispetto all’ingresso di un socio, che ha poi di fatto portato ad una incompatibilità che era nei fatti. Giusto quindi che mi assuma la responsabilità di quello che è accaduto in seguito.

Perché l’ho fatto?

Certamente molto è dipeso dallo spessore culturale dei soggetti incontrati, perché la prima fase che aveva spinto i Fiume ad investire nell’editoria era legata solo ed esclusivamente ad una ostentazione di potere e di notorietà ed anche di riscatto che è tipico in soggetti che provenivano da condizione di stenti e di arrangiamento eppoi ritrovarsi, come per incanto, miliardari. Diventano improvvisamente apolidi del sistema, perché non sono più riconosciuti dalla società comune da cui provenivano, né trovano riconoscimento nei salotti buoni dell’alta borghesia o dell’alta finanza. Acquisire notorietà attraverso il potere dell’informazione, soprattutto di un quotidiano strutturato e non certo il foglietto di paese, portava ad una ricollocazione identitaria,  diversa, certa. Ed è proprio quello che accade nei primissimi mesi, soprattutto quando il giornale dimostra quel carattere forte e deciso che trova interesse tra la gente comune ed ancor più  all’ interno di quel potere consolidato che per la prima volta scopre di essere particolarmente debole ed attaccabile. Tanto vero che i Fiume iniziano una campagna di divulgazione della loro nuova posizione. Sostengono e diffondono la notizia che sono i proprietari del giornale. Organizzano visite “guidate” in redazione ed in tipografia. Portano i sindaci dei paesi, i deputati locali a visitare  la struttura, mediano con il potere politico promettendo che avrebbero aggiustato la linea editoriale quando questa era decisamente forte. Ma in un primo momento fanno solo promesse, perché quegli attacchi andavano bene, dovevano servire al riscatto, al riconoscimento ufficiale nelle stanze dei bottoni, dove erano di fatto esclusi. Ipotizzare di trovare un alleato intelligente che decideva di investire nell’editoria, così come avevano fatto altri gruppi finanziari,vedi i Putignano con il Corriere del Mezzogiorno o Fusillo con la Gazzetta, non era una pazza idea , perché unendo strutture ed un investimento finanziario minimale, le condizioni per dar vita ad un quotidiano alternativo a Bari e provincia c’erano tutte. Il problema era e resta culturale, ma soprattutto,come vedremo nel proseguo del racconto, quella ricchezza non era pura, non proveniva da attività economiche certe o da una produttività reale, ma era frutto di un meccanismo delicato che non consentiva quella notorietà d’immagine, bensì una necessità oggettiva di restare nascosti. Così come erano state le scelte del fratello socio Vincenzo che opportunamente evitava ogni forma diretta di partecipazione pubblica o di eccessiva visibilità. Nasconde in garage perfino la Ferrari e la utilizza fuori dal contesto paesano. Ma a questo si arriva naturalmente con ritardo,diversamente avrei evitato di imbarcarmi in quel contesto di finanza criminale. Anche perché dopo aver acquisito la giusta esperienza, devo convenire che senza soci, in meno di due anni, avremmo raggiunto l’obiettivo di dar vita ad un quotidiano in provincia di Bari alternativo o competitivo alla Gazzetta. Avremmo con molta probabilità ampliato la tipografia,spostando dopo un anno le altre due rotative per avviare anche la parte commerciale e non solo quella dell’editoria, avendo in casa una rotativa commerciale per alte produzioni e soddisfare un mercato in provincia di Bari, vedi etichette per vini o oli, milioni e milioni di pezzi mensili, con aziende locali costrette a ricercare mercati del nord, perché a Bari e provincia non ci sono strutture capaci di produrre quantitativi industriali.

Dalla mia parte,tanto per attenuare qualche responsabilità nella scelta di aprire ad altri soci, va detto che non avrei mai potuto immaginare che la moglie avrebbe fatto irruzione con il bidone aspiratutto in redazione o che si sarebbe sostituita ai giornalisti in una riedizione comica di Paperopoli o che avrebbero millantato una proprietà che non gli apparteneva non tanto la parte strutturale,quanto per l’idea, per la forza dell’opinione, per la convinzione professionale,per la magia di  una penna che scrive e di un giornale che si riempie di times corpo nove e che dopo qualche ora lo trovi in edicola.

Avremmo mai potuto immaginare che la figlia avrebbe indossato i gradi di Direttore amministrativo  razionare la mensa e reprimere anche il diritto di far bere l’acqua ai dipendenti, di lottare contro la volontà e la mentalità del padrone: di ridurre gli stipendi: “..sono troppo alti” diceva la ragazzina.

Né che il socio ci avrebbe invaso di familiari nullafacenti,magari per scrollarsi di dosso qualche euro di sussistenza, dovuto più per salvare la faccia che per convinzione, Né che dovevamo restare imprigionati nella telenovela del marito non cacciatore,ma preda di signorine in cerca di quattrini facili. Tutte circostanze che come vedremo, hanno un effetto boomerang.

SETTIMO CAPITOLO


I FIUME VALGONO 500 MILIONI DI EURO


Era il tempo in cui con il Fiume si stava programmando la fusione delle due strutture, quella tipografica totalmente detenuta da noi e quella editoriale,ovvero completare il passaggio di azienda editrice completa, con il 50% paritario. I commercialisti erano al lavoro per valutare l’azienda tipografica e fare i conti di quanto il Fiume avrebbe dovuto immettere di denaro per acquisire il restante 20% della Progetti Editoriali ed entrare con il 50% nella Editoriale il Levante,l’azienda tipografica. Una operazione commerciale legittima che ci avrebbe portato ad una dimensione di notevole rilevanza. Erano quindi momenti di incontro e come tradizione pugliese certi accadimenti si gestiscono a tavola. Erano quindi frequenti gli appuntamenti conviviali. Tra questi e solo per descrivere il clima entro cui maturavano certe vicende commerciali sicuramente di spessore soprattutto culturale,val la pena narrare uno di questi incontri. Era una domenica sera. L’appuntamento l’avevano fissato in un locale tipico di Polignano, definito “vineria” ma che tale non era. Caratteristico per i tavolacci e per le panchine rudimentali da tre o sei posti intorno ai tavoli. Il resto era decisamente meno rudimentale,nel senso che la cucina, paesana, era una pagina di raffinata gastronomia. Arrivammo per i primi,insieme a mia moglie ed alla mia amica innominata che in qualche modo faceva da interprete culturale del costume. Di lì a poco arrivarono i coniugi Fiume. Lui era visibilmente agitato. In meno di dieci minuti usò per due volte il bagno,fino a quando, come per incanto, ecco arrivare la sua onnipresente segretaria socia insieme ad una amica. L’irrefrenabile signora Fiume ebbe un sussulto palese che non lasciava dubbi interpretativi, manifestò senza mezzi termini il suo dissenso, sostenendo apertamente e di fronte agli stessi ospiti, che quell’incontro non era una casualità come volevano far credere, che tutto era stato preparato a dovere. Mi è davvero difficile ed imbarazzante raccontare cosa accadde nel corso della serata, soprattutto è complesso riflettere con lo scritto qualcosa che meriterebbe di essere sceneggiato. Le due signore si beccarono apertamente per l’intera serata quasi si stessero contendendo un trofeo, invece l’una voleva dimostrare la sua parte legittima di ricchezza indotta, facendo l’elenco delle proprietà che per ragioni di fisco,le erano state intestate e l’altra sembrava reclamare la sua partecipazione societaria all’HOMO RIDENS. La conclusione della serata, decretò anche la fine del nostro imbarazzo, perché eravamo tutti certi che quella vicenda potesse sfociare in un duello all’ultimo sangue, salvo poi apprendere il giorno successivo che le due socie di fatto erano andate insieme dal loro “piallatore” di fiducia e farsi massaggiare le parti adipose e strabordanti.
Che fare? Certo era un problema serio. Ne discutemmo a lungo quella notte tra noi. Eravamo andati troppo avanti per fare una repentina e provvidenziale retromarcia, perché appariva evidente che quelli non erano i soggetti giusti per intraprendere un delicato lavoro editoriale. Non è impropria la definizione di homo ridens, inteso quale fenomeno primordiale di addomesticata socializzazione. La realtà ci vedeva proiettati in un contesto anomalo, dove l’arguzia temeraria dell’ex poveraccio scarsamente acculturato, divenuto soggetto socialmente impegnato nella gestione delle fortune economiche di incerta provenienza, lo ponevano sul mercato sociale, per sfida universale e quindi  necessariamente proteso ad ostentare la ricchezza quale riscatto morale della sofferenza e forse delle umiliazioni subite. Diviene una miscela esplosiva potente, quando poi si ritrovano proiettati in un mondo che da quelle parti è particolarmente sensibile. La cultura al sud è un fenomeno aggressivo che pone barriere ideologiche serie dove, al contrario del resto d’Italia, il ricco ignorante, resta confinato nel suo mondo,guardato con sufficienza,immesso nella comune attività festaiola più per divertire oppure ingigantire la dote formativa e la dottrina che quale elemento di compagnia e di piacevole incontro. Non sarà mai un frequentatore assiduo delle tavole dei Prof o del dottorato,ma invitato per passare una serata diversa e divertente, per ridere del “diverso culturale” e studiarne i comportamenti esibizionisti. Tutto questo non può essere annoverato nelle valutazioni soggettive del compiacimento, perché c’è una patologia di fondo che non può essere delineata dall’ilarità o da una approssimata lettura della narrazione.
Certo nessuno avrebbe mai immaginato che quel quotidiano potesse infrangere le regole mafiose di un sistema corrotto di cui si nutre la provincia di Bari. La fabbrica del fango scatta quando l’attività criminale rischia di venire smascherata soprattutto nei centri di controllo. Va da se che la scelta di distruggere quell’azienda editoriale diveniva un atto d’obbligo nel momento in cui si insinuava nel delicato triangolo del malaffare costituito da politica-imprenditoria-banche. Solo per far comprendere ai lettori qual è il livello del compromesso è bene evidenziare che i fratelli Fiume, che forse sono gli ultimi della ruota del carro, valgono circa 500 milioni di euro ed in un Paese normale i controlli avrebbero già rilevato questa enorme sussistenza economica che si fonda sul nulla. Quando la redazione de Il Levante viene visitata nottetempo dai ladri e quando portano via da un balcone una cassaforte che solo per sollevarla ci voleva la forza di una mezza dozzina di persone, era abbastanza chiaro che quello era un furto commissionato. Era noto che non potevano trovar soldi, ma potevano trovare documenti scottanti di inchieste. E non può essere casuale che i ladri scendono da un balcone che dava all’interno di un concessionario del Monopolio di Stato per la distribuzione di sigarette dotato di sofisticati sistemi di allarme e di telecamere che, guarda caso, proprio quella notte erano spente. E guarda caso gli immobili sono di proprietà della Efim srl dei fratelli Fiume. Peccato che quella notte il cognato di Fiume, operaio della tipografia ed abituato a fare i riposini in redazione, non aveva sonno. Singolare che il mattino successivo dietro la porta d’ingresso della redazione troviamo un bigliettino scritto dal prode cognato dove ci avvisava che non era riuscito ad entrare perché la porta non si apriva. I ladri avevano messo il blocco interno. Come dire, questi ladri fanno un casino infernale, addirittura utilizzando la fiamma ossidrica per aprire una piccola cassaforte a muro, calano da un balcone presumibilmente con le corde un peso incredibile,lo trascinano per oltre dieci metri all’interno del Monopolio di Stato, super sorvegliato da Roma, con i tipografi che appena sotto di loro sono al lavoro…Le ovvie deduzione le lasciamo alla libera fantasia di chi legge. Ma quelle non erano state le sole avvisaglie. Un paio di lettere minatorie rivolte al sottoscritto ed alla sua famiglia,in cui ci si consigliava di tornare a Roma e lasciar perdere, mentre dall’interno la signorina Valeria, degna figlia del papà Ignazio, iniziava a tessere la tela,far sparire documenti, coinvolgere altri dipendenti all’agguato, promettendo loro un futuro più roseo . In gioco c’era un sistema di vera malavita organizzata della finanza e dentro era ed è coinvolto un sistema bancario locale che non poteva permettere che saltasse quel coperchio e non certo per i Fiume, ma per l’attività svolta negli ultimi dieci anni da pezzi da novanta dell’imprenditoria barese come i Putignano, i Fusillo, gli Intini, che non sono solo trafficanti di denaro in proprio,ma hanno riferimenti nazionali di prestigio,vedi D’Alema, La Torre,Letta. I Putignano,incappati spesso nelle maglie della giustizia, hanno creato veri e propri forzieri nei Paradisi fiscali (Lussemburgo) un riciclaggio da 30 milioni di euro per una sola operazione,(Centro commerciale Bariblu) sotto gli occhi attenti della Guardia di Finanza e della stessa Procura, tenuta volutamente in condizioni di non poter operare nel crimine del malaffare finanziario. Diversamente ed in altre realtà,non sarebbe sfuggito a nessuno che due soggetti (fratelli Fiume) con le famose pezze al culo,nel giro di pochi anni costruivano una fortuna economica da 500 milioni di euro senza lavorare, con una ditta di facciata che fa mediazione immobiliare. E vedremo nel proseguo qual è il rapporto o la complicità con il sistema bancario. Qualcuno ad esempio si è posto il problema a Bari dell’ingresso dei Fusillo nella Gazzetta del Mezzogiorno? Trenta milioni di euro. Sessanta miliardi di vecchie lire. Fu il Levante a sollevare la questione pubblicando alcuni documenti scottanti sulla provenienza di quella montagna di denaro che ci portò ad individuare altre forme illecite di finanziamenti a società diciamo quasi inesistenti con fatturati se non a “zero” ma quasi.. Ne parleremo. Mai e per nessuna ragione avremmo potuto immaginare che un signore, apparentemente indifeso, con evidenti manifestazioni di disagio comunicativo, potesse essere uno dei fruitori diretti di operazioni finanziarie tese a reggere partite in nero prima dei Putignano e successivamente dei Fusillo. Vero com’è vero che intorno agli anni 2000 incappano in un’inchiesta giudiziaria che li vede coinvolti insieme ai Fusillo e Montepaschi in una di queste prodezze. Perquisizioni notturne nelle abitazioni dei Fiume,ma l’inchiesta viene archiviata sul nascere su cui forse sarebbe importante rivisitare perché quella era ed è la chiave di lettura che svela il mistero della prorompente ricchezza dei fratelli Fiume.

Capitolo Ottavo

Non c’è dubbio, il giornalismo in Italia è un puttanaio composto al 90% di prezzolati che si muovono con un copione preciso. E’ una categoria di fannulloni con la puzza sotto il naso che non cresce per meritocrazia,ma solo ed esclusivamente in virtù di un tesserino che dovrebbe rappresentare una garanzia di serietà e di capacità. E’ un vizio tutto Italiano che si pone all’interno di quella casta di intoccabili, diverso dalla tipologia di ogni altro Paese Europeo e d’oltre Oceano. Il giornalista,in genere, là dove ci sono regole democratiche è colui che lavora in un giornale e non “nominato” da un Ordine che è una aberrazione del diritto o peggio ancora di un sindacato che, al pari dell’Ordine, campa con le quote degli iscritti. Due bufale che presentano gravi lacune costituzionali e che tendono entrambi alla conservazione di uno stato comatoso del settore, perché l’organizzazione dei grandi gruppi editoriali, è sufficiente alla loro sussistenza e per logica conseguenza li garantiscono da ogni tipo di concorrenza.
Proviamo a ragionare.
Se all’interno del’Ordine dei Giornalisti in Puglia ci sono esponenti della Gazzetta del Mezzogiorno con diramazioni all’interno dell’Ordine Nazionale e dell’INPGI, ( l’Inps dei giornalisti)ovvero se tutti gli organi di controllo, sia pure anticostituzionali, sono rappresentati dalla sola testata barese,ovvio che ogni tentativo di legittima concorrenza, viene stroncata sul nascere. Non può sfuggire che nella spartizione della lobby, entra anche Repubblica che candida alla Presidenza un nome altisonante di quella Baribene su cui i riflettori della pubblica opinione prima o poi dovranno essere accesi. E’ vero che il tempo è galantuomo e bisogna attendere i corsi ed i ricorsi storici e se all’epoca nessuno poteva immaginare che i Matarrese ed i Degennaro sarebbero caduti dall’Olimpo,  è innegabile che le malefatte di questo secolo porteranno nel pantano tutti quei soggetti di cui abbiamo narrato le gesta, con la sola differenza che i primi avevano più cervello e sono riusciti a non finire in galera, il nuovo corso difficilmente potrà evitare di assaporare l’ora d’aria. Diciamo che la resa dei conti è vicina se si guarda con attenzione all’avvento di una Procura rinnovata che si pone tra quelle più creative del reso d’Italia,pur se sacrificata nell’organico. C’è parso di capire che ci sono inchieste in corso che hanno fatto emergere aspetti in apparenza meno rilevanti,vedi quella legata alla truffa delle evasioni che ha coinvolto Magistrati ed imprenditori intoccabili come i Putignano, uomo di fiducia delle’ex Ministro Prandini. Non crediamo che quella inchiesta sia finita lì. Crediamo che sia solo l’inizio di qualcosa che farà davvero tanto rumore. Se si pensa che andando a spulciare nell’intimità degli affari dei Putignano si potrebbe arrivare agli anni 2000. E questa volta sarà difficile brigare con le “raccomandazioni”. Magari nel tritacarne potrebbe finire la vicenda dell’acquisto del 30% della Gazzetta del Mezzogiorno. Capire meglio la ragione per cui una società, che è una scatola vuota,viene finanziata per 60 miliardi di vecchi denari, non con un prestito,ma con il pegno di quote societarie che non valgono una lira. Il tutto per consentire a Fusillo di far finta che i miliardi li ha cacciati lui. Già, ma come si fa ad acquisire quote di una società fantasma che è all’interno di un gruppo segnalato in Centrale Rischi con circa 200 milioni di euro di prestiti. Lo scandalo vero è che di quella truffa, che ha portato recentemente in galera magistrati e commercialisti non ne ha parlato nessuno. Nel senso che tutti hanno taciuto sui grandi nomi dell’imprenditoria pugliese a cui la Procura ha posto i sigilli ed hanno sbattuto in pagina solo pochi furbetti di periferia.
La domanda è d’obbligo: poteva esistere un quotidiano che si metteva di traverso e mostrava un’indipendenza assoluta dalla casta? Il dramma dei Fiume è proprio questo. Quando sulle sedie i culi dei potenti iniziano a sobbalzare, perché certe inchiesta facevano male, quel povero Ignazio che dipendeva da quel potentato bancario-imprenditoriale, sia pure fruitore agi miliardari per false mediazioni, viene messo alle strette.
Il fratello Vincenzo,oscuro manovratore di famiglia, va allo scontro quasi fisico con il germano. Gli consiglia di comprare, giornale, tipografia,  eppoi distruggerlo.
Fusillo da Noci preme pesantemente su Vincenzo.
Non era una storia paesana o limitata alla periferia barese. Quelle inchieste andavano oltre la tiratura periferica de Il Levante. I due fratelli arrivano perfino a minacciare una divisione societaria. Questa volta Ignazio l’aveva fatto grossa e da timido prestanome utilizzato da Vincenzo per amministrare le società del gruppo, giusto per esporlo alle perquisizioni della Guardia di Finanza, era finito all’interno di un sistema di potere diverso, nuovo,maledettamente contrario alle finalità delle loro attività imprenditoriali. Le voci paesane che giravano a quel tempo,parlavano di un Fusillo che chiedeva spiegazioni a Vincenzo e quest’ultimo non risparmiava critiche dure ed offensive nei confronti di Ignazio. In ballo c’erano affari che potevano far tremare la Efim. C’era un finanziamento “ballerino” di 25 milioni di euro per una di quelle operazioni a tempo, questa volta finita male. L’acquisto di un centro direzionale a Roma di proprietà dell’ Inpdap, affidate alle società olandesi del suocero di Casini. Centinaia di uffici che dovevano essere acquistato a tavolino sempre dallo Stato. Finisce male perchè tutto accade proprio quando scoppia la bolla economica. Quel prestito “truffa” che poteva far saltare la Efim qualora la banca avesse fatto una repentina marcia indietro con il rientro di una esposizione priva di garanzie reali,era un pericolo serio. E qualcuno poteva metterci la zampino per colpire il giornale attraverso uno dei suoi editori. Se fosse saltata in aria quella operazione che ancora oggi pende come una spada di Damocle perché gli immobili restano invenduti, quello scherzetto avrebbe potuto mettere in discussione tutto il resto a catena. E Vincenzo non poteva permettersi di dover dar conto alla Guardia di Finanza della fiduciaria milanese, la Orefici SPA, ex manovratori del nero di Mediaset, finita in una delle inchieste milanesi di Berlusconi. Quella fiduciaria che iniziava a muoversi dietro gli affari personali di Vincenzo. Il giocattolo però piaceva tanto ad Ignazio ed a tutta la famiglia a tal punto che inizia a prendere in seria considerazione l’idea di acquistare l’intero pacchetto societario della Progetti Editoriali e della società tipografica. Gli scontri sulla linea editoriale si fanno sempre più duri. Ignazio viene pressato non solo dal fratello, ma dai suoi colleghi cementificatori. Viene allontanato dal giro. Lo guardano al pari di un appestato ed anche a ragione. L’intera famiglia aveva diffuso inizialmente voci non veritiere. Avevano vantato la proprietà dell’intera struttura editoriale perché quella iniziativa  era davvero un fiore all’occhiello ed aveva acquisito un posto di primo piano sullo scenario popolare. Iniziava ad essere un punto di riferimento importante per la gente comune. In quasi tutta la provincia barese, il Levante, stava diventando un marchio e quello era un vestito nuovo che dava lustro e faceva uscire dall’isolamento Ignazio e la sua famiglia.
E’ complesso spiegare quali siano le regole del gioco all’interno di una società di capitali,fosse una SRL o una SPA. La nostra famiglia non aveva una forza economica tale da poter reggere da soli quello che i Fiume avevano voluto realizzare ed al contrario di quel che si è fatto immaginare, per bilanciare gli interventi economici di Fiume nel giornale,avevamo portato in Puglia l’intero parco macchine di nostra proprietà e tutti gli accessori con un accollo di 120 mila euro riguardante il residuo debito di una delle tre rotative che sarebbe passato dalla Progetti Editoriali a noi nel momento in cui si realizzava la struttura unica,così come era nei patti. Iniziamo quindi a trasferire le macchine dalla nostra piena proprietà ad una srl di nuova costituzione che poi sarebbe stata inglobata all’interno di un unico pacchetto. In quel modo avevamo portato ad un equilibrio economico delle esposizioni dei Fiume rispetto alle nostre. Il progetto prevedeva che, terminata la fusione, avremmo avviato una richiesta di finanziamento a lungo termine previsto dalle norme Europee, che valeva circa due milioni di euro sull’acquisto di macchinari della società nata dopo la fusione. Un progetto su cui stavano già lavorando i commercialisti. Sul versante tipografico erano già stati avviati contatti con due o tre catene di supermercati per la produzione degli stampati commerciali. Uno di questi centro era a Roma,forte di oltre trenta grandi magazzini. Un impianto industriale tipografico importante in una zona carente che vede una centralità operativa a Bari ed a Lecce che di fatto servono con affanno l’intera provincia barese. La politica dei prezzi con una capacità di ridurli del 30% rispetto al mercato, era una carta vincente che stavamo per giocarci.
L’intoppo però era il Levante. Era l’aggressività giornalistica che mal si conciliava con gli interessi economici che ad onor del vero non riguardavano Ignazio Fiume che è di gran lunga il migliore dei Fiume o almeno il più umano. Forse Ignazio è stato sul punto di mollare il fratello e seguire istintivamente quel progetto editoriale che affascinava lui e la sua famiglia. Forse non poteva tornare indietro ed in qualche modo subiva un ricatto subdolo dal fratello più maneggione e più scaltro. Fermo restando quelle responsabilità individuali che stanno dietro la voglia matta di far soldi senza etichetta. Ignazio Fiume ha blindato quegli utili che provenivano dalle attività incerte della mediazione, all’interno di una sorta di “fondazione familiare” intoccabile giuridicamente da possibili e probabili aggressioni giudiziarie, con una disponibilità economica reale che di pochi milioni di euro,rispetto all’impianto gestionale del fratello fuori dalla Efim che non è la cassaforte di famiglia, ma è la parte strumentale di quelle operazioni sospette di cui accennavamo in precedenza. Tanto per capirci,se Ignazio vale due sulla capacità economica personale, Vincenzo ne vale cento.

CAPITOLO NONO

I tecnici, dunque, avevano elaborato tutte le fasi necessarie alla fusione delle due attività editoriale e tipografica, ed a loro era stato affidato il mandato di procedere nell’accorpamento e nella divisione al 50% della nuova azienda. Le quote dei Fiume sarebbero state intestate a Veleria, che già si muoveva nella veste di socia paritaria. Pretesi ed ottenni che la trasformazione aziendale fosse comunicata ed approvata dai dipendenti, ritenendo per la mia cultura,fondamentale la partecipazione dei lavoratori alle trasformazioni che avevamo deciso di attuare. Convocammo una assemblea con tutti i dipendenti, attrezzando uno spazio all’interno del capannone della tipografia. Una cinquantina di persone tra giornalisti, grafici, tipografi,ufficio distribuzione ed alcuni collaboratori esterni. Al tavolo di presidenza,naturalmente,sedeva compiaciuta Valeria. Comunicammo ai dipendenti ogni cosa, non escluso il piano finanziario, perché l’idea di fondo era quella di avviare la fase di concorrenza forte nei confronti della Gazzetta del Mezzogiorno, che mirava a portare il Levante a prima testata in tutta la provincia di Bari,ampliando le pagine anche alla cronaca politica nazionale, avendo preso atto che la Gazzetta forniva ai lettori pugliese una cronaca nazionale di agenzia e che una redazione romana che producesse cronaca nazionale nostra,avrebbe dato uno schiaffone al foglio pugliese ed avrebbe gettato basi solide per attaccare anche la città di Bari. Fare un giornale non è come vendere chiodi in ferramenta. C’è dietro una strategia editoriale lenta e complessa per poter raggiungere l’obiettivo di 5 mila copie giornaliere,la cui meta era raggiungibile entro i primi sei sette mesi dalla trasformazione. Anche perché eravamo agevolati dalla produzione tipografica per terzi, che poteva raggiungere in breve tempo fatturati che oscillavano tra i 250 mila e 300 mila euro mese. Nella sostanza avrebbero coperto all’80% della spesa editoriale ed il restante 20% sarebbe stata coperto dalla vendita dei giornali. Insomma era un progetto che nel primo semestre avrebbe portato a pareggio la spesa ed in due anni avrebbe prodotto utili. Il parco macchine immesso da noi era composto da una rotativa 32 pagine, una seconda da 56 pagine ed una terza, una Man per produzione commerciale. Poi c’era tutta la parte relativa alla pre-stampa, attrezzata con CTF per l’impaginazione in formato 70×100 ed una linea di finitura per l’allestimento della parte commerciale. Insomma, non era una cosa di poco conto e per quel che ci riguarda c’era da mettere in conto il Know-out che non è aria fritta, perché entrare in un’azienda che già era in produzione ed in grado di poter attuare quei fatturati, aveva un senso.
Naturalmente la notizia trovò ampi consensi tra i dipendenti che accolsero con un applauso la programmazione di rilancio aziendale.
Sul fronte editoriale, i Fiume in quel momento erano abbastanza tranquilli, perché il Direttore Saverio Ricci,aveva avviato un’inchiesta energica sulle prodezze dei Fusillo in materia sanitaria con un’attenzione particolare all’Ospedale Miulli di Acquaviva e le spericolate pappatoie dell’ex assessore regionale Tedesco. Ignazio Fiume mostrava particolare interesse e goduria a veder soffrite Vito Fusillo ed in special modo la moglie, pur se ci sfuggono le ragioni familiari di quella ostilità. Sull’altro versante il sottoscritto si stava occupando del porto delle nebbie di Cala Ponte e degli interessi particolari dell’ex assessore miliardario Scagliusi che per uno strano caso del destino si chiama Modesto pur se possiede sei Ferrari.
Anche su Cala Ponte,Ignazio Fiume non mostrava la sua contrarietà con Fusillo sotto schiaffo, perché in seguito si scopre il suo interesse per quel che stava accadendo a monte del costruendo porto, nella famosa lottizzazione Compra. Il prode Ignazio in quella lottizzazione aveva la sua fetta,anzi una fettona ed in corso c’era una guerriglia con l’allora Presidente della Provincia Divella, detentore insieme ai suoi familiari dell’area più importante di quella lottizzazione. Ignazio Fiume poteva contare sull’appoggio incondizionato del sindaco di Polignano Bovino, che curava alcuni intereressi immobiliari di Fiume in qualità di ingegnere. L’idea di Ignazio era quella di acquisire l’intero pacchetto azionario della Monsignore srl proprietaria del 50% dell’area da edificare proprio di fronte al porto. Un’area che aveva trovato il benestare edificatorio della Regione,ma mancava la presa d’atto del Consiglio comunale. Un questione formale che di fatto non consentiva a Divella di poter iniziare la commercializzazione dell’area. Fiume chiede ed ottiene un incontro con Divella, il quale si dice disponibile a cedere,ma chiede sei milioni di euro. Fiume tra le riga gli fa capire che il prezzo è alto e se non cede al compromesso quella presa d’atto in consiglio non avverrà. Il pastaio però è tosto. Non molla.
Che fare?
Ignazio approfitta della querelle che il Levante aveva avviato contro le licenze edilizie che l’assessore all’urbanistica e miliardario Modesto si era “aggiudicato” per la demolizione e ricostruzione di un albergo in pieno centro storico su un costone polignanese piantato nell’Adriatico. Tra Ignazio e Modesto non correva buon sangue,ma l’ex imprenditore di chiodi e cazzuole, forse su suggerimento di Bovino, s’era messo in testa di coinvolgere il Modesto miliardario per convincere il produttore di mezziziti, pennette ed orecchiette a mollare l’osso con un accordo che prevedeva un acconto di 300 mila euro e la restante somma alla vendita del progetto per la costruzione delle lussuose ville. Modesto Scagliusi era anche il vicesindaco oltre che assessore e poteva ben rafforzare il concetto del “vedere cammello, salire cammello” nel senso che per Divella la presa d’atto del consiglio diveniva un ricatto concreto.
Come fare? Entra in scena l’eroina della diplomazia monopolignanese, Rosanna Modugno in Fiume, che telefona al miliardario,lo incontra e promuove la nuova storia d’amore con il marito. Il primo incontro promosso dalla Modugno ha per oggetto il giornale. Ignazio promette un suo diretto intervento, perché Modesto s’era tanto incazzato che ci aveva fatto scrivere dal suo legale e noi tanto spaventati avevamo risposto a tono. Il Levante è l’aggancio giusto per mostrare una carta di credito spendibile con il Modesto miliardario. Insomma i due trovano l’accordo sulla linea anti-Divella e chiedono soccorso politico all’assessore provinciale polignanese Domenico Vitto,uomo di fiducia del pastaio Presidente.
Vitto scalda i muscoli a Divella ed i quattro s’incontrano a Rutigliano. Niente. Quel Divella non molla di una virgola. Vuole sei milioni di euro tutt’insieme sostenendo questioni familiari con la ex moglie,la nuova compagna, i figli. Li vuole cash, per evitare che sul malloppo arrivino pretese “extra territoriali”
In qualche modo in redazione arrivano notizie sul “Compra gate”.Non ci facciamo sfuggire l’occasione e spariamo l’intera vicenda, invocando l’intervento della Magistratura perché era evidente il ricatto in atto nei confronti del Presidente della Provincia di Bari da parte della giunta Bovino, così com’era evidente il conflitto di interessi di Divella.
Ignazio non gradisce, anzi forse intuisce che i suoi interessi particolari non coincidono con quelli di un giornale la cui unica esistenza era una diversità concreta rispetto all’appiattimento dell’informazione locale,le cui sorti sono rette da questi soggetti imprenditori disonesti, lottizzatori e speculatori senza etichetta. Se ci fossimo allineati a quel potere, la nostra ragione d’impresa sarebbe venuta meno. Al contrario appariva credibile quel giornale che andava oltre anche gli interessi di un socio.
Quello che accade in redazione in seguito lo si trova spesso nei racconti di mafia, dove l’inizio della strategia criminale è strettamente legata ad un’attenta opera demolitrice di diffamazione. All’interno ci pensa la figlia Valeria. All’esterno Ignazio e la moglie sono campioni imbattibili considerate le origini ed i pianti di fame che raccontano gli indigeni prima che, intorno agli anni 2000, divenissero improvvisamente ricchi sfondati.
Ed è facile per loro agire quasi indisturbati, perché la nostra presenza in Puglia non era costante e spesso eravamo costretti ad allontanarci per ragioni familiari, perché non c’eravamo trasferiti in Puglia. Parte un’abile compravendita dei dipendenti. Valeria inizia a diffondere la voce che il padre avrebbe rilevato l’azienda. Naturalmente tutto accadeva a nostra insaputa, mentre già un gruppetto di pochi mercenari,non giornalisti, aveva dato l’adesione incondizionata alla distruzione del progetto. C’erano cascati come allocchi. Atti, documenti, file importanti aziendali come quello della vidimazione delle presenze dei dipendenti,vengono riprodotti dai traditori così come ogni segreto aziendale viene violato e forzato. Si crea un collegamento esterno ai dati sensibili dell’azienda,compreso l’ingresso ai file di redazione. Una rete esterna collegata ai nostri impianti per spiare ogni fase dell’attività. E’ un funzionario dell’azienda, Luciano Mallima, figlioccio di Vito Laruccia, custode di tutte le password e dell’intero sistema in rete dell’azienda, ad assecondare i Fiume.
Tutto questo accadeva dopo che era stata avviata quella fase di fusione ampiamente descritta e quindi con una azienda esposta con una cinquantina di dipendenti,con impianti già montati e pronti all’utilizzo e la nostra inconsapevolezza alle strategie distruttive dei Fiume.
Il Levante, intanto, andava avanti come un treno. L’inchiesta sul Miulli e su Cala Ponte apriva a scenari inverosimili di intrallazzi con un sistema bancario complice di un’evidente spartizione truffaldina negli affari. Antonveneta e Banca Popolare di Bari si prestano ad operazioni finanziarie che appalesano chiari movimenti tangentisti di bancari e banchieri ed operazioni destinate a creare poste in nero. La fase immediatamente successiva all’accordo della fusione delle attività con l’ingresso dei Fiume al 50% è segnata da questo filone giornalistico destinato a fare un rumore infernale,dopo che il Levante si era già distinto per aver smascherato la truffa della Tricom e di Tributi Italia, messa in atto dalle giunte di destra e di sinistra di Polignano e dalla giunta del Comune di Fasano. Un’inchiesta che aveva portato le edicole a vendere fino all’ultima copia. A Polignano le vendite de Il Levante superavano spesso quelle della Gazzetta.
Fusillo è in evidenti difficoltà,ma l’inchiesta si allarga e ci imbattiamo in “incroci pericolosi” con la Efim dei Fiume e con altre società del gruppo .
Probabilmente lo spionaggio interno messo in atto fa capire ai Fiume che quel giocattolo si faceva troppo pericoloso e non avevano alcuna garanzia che la redazione si sarebbe fermata di fronte ad accadimenti che potessero riguardare la loro attività.
E’ in questo momento,come già raccontato, che arriva l’incredibile marcia indietro dei Fiume. Nessuna fusione,nessuna alternativa: devo cedere a loro l’attività.
Prima di continuare nel racconto,proviamo a capire perché,magari pubblicando qualche atto che era stato da noi acquisito nella laboriosa inchiesta giornalistica e che magari si pensava fosse conservato in cassaforte. Una consultazione con Saverio Ricci per capire come ci saremmo dovuti comportare . La decisione fu di andare avanti fino in fondo e quindi pubblicare tutto quello che era connesso all’inchiesta.
Un esempio degli atti in nostro possesso che dimostravano le operazioni spericolate delle banche, lo pubblichiamo di seguito ed è relativo a quell’operazione a cui avevamo già accennato. Antonveneta finanzia con 25 milioni di euro una srl controllata al 100% dalla Efim il cui amministratore è il professore della Lum dove si è laureata Valeria Fiume.
Questo il documento.

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