I misteri del Francesco Padre svolta nell’inchiesta della Procura di Trani

Maria Pansini ha un sorriso disarmante. Quando dice che la cosa che ricorda con maggior piacere di suo padre è il sorriso, non sa che forse Giovanni glielo ha trasmesso geneticamente. Maria sorride con gli occhi eppure nel suo sguardo c’è un fondo di dolorosa malinconia. Maria aveva 17 anni quando perse il papà e da quel 4 novembre del ’94 ne sono passati quasi altrettanto.  Ma di come e perché quel peschereccio della marineria molfettese, il Francesco Padre, sia affondato dinanzi alle acque del Montenegro, non si sa ancora nulla con certezza. Due inchieste si sono chiuse senza arrivare a conoscere la verità. Anzi, concluse perché i presunti colpevoli erano deceduti. Colpevoli di trasportare esplosivo per chi sa quali finalità eversive. 5 padri di famiglia trasformati in trafficanti di armi ed esplosivo in un periodo in cui era in corso la guerra fra Serbia e Croazia e nell’Adriatico era in atto l’operazione Sharp Guard ad opera delle forze Nato, per il rispetto dell’embargo contro la Serbia. Il basso Adriatico, aveva poco del Mare Nostrum, era solcato da sommergibili, navi e in aria da elicotteri e aerei delle forze Nato. Un campo di battaglia. In mezzo centinaia di piccole imbarcazioni pugliesi che pure dovevano continuare a lavorare per sbarcare il lunario. Dopo le due archiviazioni, appesantite dal marchio infamante attribuito ai quei cinque pescatori, a marzo scorso la Procura di Trani è tornata a indagare sulle cause dell’affondamento del Francesco Padre, sulla spinta della pubblicazione di un libro-dossier di Gianni Lannes intitolato: “Nato: colpito e affondato”.  Alcuni giorni fa il procuratore di Trani Carlo Maria Capristo ha riferito che molti documenti definiti classificati ora sono stati declassificati. Per cui per esempio sarà possibile acquisire i tabulati relativi al volo del pattugliatore aereo che per primo avvistò il bagliore in mare e avvisò la nave spagnola Tramontana che arrivò in quelle acque, poco dopo il disastro,.  Dal tracciato radar del pattugliatore si potrà capire se la traccia di calore dell’ordigno che colpì il Francesco Padre, provenisse dall’esterno o dall’interno dell’imbarcazione. Non solo ma gli inquirenti sperano entro la primavera prossima di tornare a visionare il relitto ed eventuali resti dell’equipaggio. E in un secondo tempo procedere al recupero del peschereccio che giace in Adriatico a soli 243 metri di profondità.

Si riapre una speranza, quella di conoscere la verità e si riapre una ferita, mai rimarginata, quella dei familiari delle 5 vittime: Giovanni Pansini, comandante del Francesco Padre, Luigi De Giglio motorista, Saverio Gadaleta pescatore, Francesco Zaza capopesca, Mario De Nicolo marinaio. E con loro l’immancabile Leone, pastore tedesco, compagno inseparabile del comandante.

Maria Pansini, diplomata in pianoforte al conservatorio, vive facendo la baby-sitter e impartendo, quando capita, qualche lezione di piano. Ha deciso di raccogliere le forze e guidare il “Comitato Francesco Padre, verità e giustizia” che riunisce parte dei familiari delle vittime.

Domanda. Ricorda quella sera del 3 novembre ‘94. Dove si trovava?

Risposta. Avevo 17 anni ed ero a casa. Sentii mio padre per telefono alle 22.30 circa, quando ci chiamò. Pensava che avessimo chiamato noi a bordo. Si trattava dei primi telefoni cellulari, non erano diffusi come oggi. Noi rispondemmo che non lo avevamo chiamato. Lui il giorno dopo sarebbe dovuto essere a Bari per un controllo medico. Ma per lui veniva prima il mare, il lavoro.  Aveva sempre trascurato la sua salute.

D. Quando si era imbarcato?

R. Era partito da Molfetta il 30 ottobre del ‘94.

D. Lei l’aveva accompagnato al porto?

R. Sì in genere lo accompagnavo quasi sempre, era una prassi ormai. Andare insieme e accompagnarlo fino alla punta del porto per vederlo uscire. E molte volte quando c’erano temporali e vedevo la barca che era coperta dalle onde, avevo terrore perché pensavo che già nel porto sembrava affondasse, figuriamoci in mare aperto cosa sarebbe potuto succedere. Quello rimaneva il pensiero fisso fino a quando papà non tornava a casa.

D. Quel giorno di fine ottobre cosa ha pensato quando ha salutato suo padre, per quella che sarebbe stata, l’ultima volta?

R. Ci eravamo ripromessi di vederci il sabato, dopo un pomeriggio trascorso stranamente.

D. Perché?

R. Quel pomeriggio ci facemmo un sacco di confidenze, parlammo tanto su alcune questioni che stavamo vagliando, alcune proposte, e lui diceva “bisogna pensare al futuro” e io gli rispondevo “vabbè papà c’è tempo”.

D. Si riferiva a qualche fidanzato?

R. No, assolutamente no, anche perché era molto geloso. No si parlava di decisioni riguardanti la casa.

D. Lui era uno che parlava molto in genere?

R. No lui era una persona molto chiusa, in casa non si sentiva quasi mai.

D. Però con lei parlava.

R. Sì se c’era una questione da risolvere parlava, ma non era di quelle persone che scherzano sempre o logorroica. No era molto mite. Mi ricordo quella sera del 30 ottobre in camera da letto, stavamo parlando e pensando al mio compleanno, avrei infatti compiuto 18 anni dopo qualche mese. Parlammo dei 50 anni di matrimonio di mia nonna e di come si doveva organizzare la festa, poi invece tutto è stato buttato all’aria. Non abbiamo fatto più niente, logicamente.

D. E come era il rapporto fra i suoi genitori?

R. Buono, molto tranquillo. Papà era una persona buona, una persona che dava tutto sè stesso. Una volta ricordo si è preso anche una sprangata per difendere il cane Leone, quello che lo ha seguito sino alla fine. Il cane non voleva che entrassero persone estranee in barca e ovviamente l’unico modo che aveva per farlo capire era ringhiare e si stava avventando contro l’intruso quando questi colpì Leone. A quel punto intervenne mio padre per difendere il cane e la sprangata la prese lui. Poi dovette mettersi i punti per quella ferita. Da qui può capire che persona era. Era unico, un punto di riferimento. Poi forse per il fatto che non era mai a casa, la domenica quando era con noi, ce lo vivevamo. Lui usciva in mare la domenica sera e tornava il sabato mattina. Poi se la situazione era tranquilla a bordo, allora sistemava la barca e per ora di pranzo era a casa. Subito dopo andava a dormire, il pomeriggio portava da mangiare a Leone e restava sul porto. Poi la sera si usciva insieme per fare una passeggiata.

D. Dopo aver saputo quello che era successo, il fatto di non poter avere neanche un corpo da seppellire e una tomba su cui poter piangere, cosa ha significato per lei e i suoi familiari?

R. Intanto una grande rabbia. Perché quando venne riportato l’unico corpo, (quello di Mario De Nicolo, n,d.r.) ogni familiare sperava fosse quello del proprio congiunto. E invece no, per noi non è stato così. Non accettavo la  sua morte, io non l’ho accettata subito, perché non è facile parlare la sera prima e il giorno dopo sapere che non c’è più la barca, papà non si trova. Non vedere il corpo ti dà anche la sensazione che la cosa sia un sogno, che stai vivendo un incubo, non ci riesci, non accetti facilmente.

D. Quando ha capito che questo punto di riferimento non c’era davvero più e che forse non si stava facendo molto per capire cosa fosse realmente successo?

R. Da quel 4 novembre ognuno in famiglia ha vissuto il proprio dolore dentro di sé. Non l’abbiamo mai esternato. Nessuno metteva in evidenza il fatto che non ci fosse più mio padre. Ognuno si è chiuso nel suo dolore e l’ha tenuto stretto. Era un continuo arrabbiarsi contro i magistrati, contro la procura. Si erano puntato su qualcosa che secondo noi era illogico, irreale, poi ero diciottenne non ho affrontato subito, non ho preso la situazione in mano, se ne occupato molto mio zio. Io mi sono messa un po’ in disparte. E’ stato con la pubblicazione del libro di Gianni Lannes che ho cominciato ad espormi in primo piano. Ho visto nel libro l’ultima possibilità, l’ultima occasione per dire: bene ora ho deciso di farlo.

D. Per ben due volte non si è fatto più nulla, anzi si è parlato di presenza di esplosivi a bordo del Francesco Padre. Lei in casa ha mai sentito parlare, così, anche fugacemente, o fra i suoi genitori di situazioni particolari? In quel periodo c’era l’embargo contro la Serbia, hai mai afferrato qualche parola che si riferisse ai montenegrini, o a tangenti sul pescato o ad altri affari poco chiari?

R. No mai. Papà non ha mai detto di aver visto queste cose. Solo nell’intervista rilasciata a Fazzuoli disse che sapeva di trasbordi di pesce fra barche italiane e montenegrine.

D. La pista seguita dagli inquirenti e che poi ha portato alle due archiviazioni è stata proprio quella criminale però. Un mancato pagamento di tangenti che avrebbe provocato la reazione dei montenegrini, o un traffico di esplosivo dall’Italia verso il Montenegro.

R. Mio padre non avrebbe mai fatto azioni illegali, non era proprio la persona giusta. Non avrebbe mai avuto il coraggio. Era proprio una questione di carattere, era una persona paurosa, pensi che non sapeva neanche nuotare.

D. E gli altri membri dell’equipaggio erano persone tranquille o avevano avuto a che fare in qualche modo con la malavita?

R. No che io sappia erano brave persone. Quelli che conoscevo di più erano il motorista Luigi De Giglio, l’aiutante Franco Zaza, Saverio Gadaleta e Mario De Nicolo li conoscevo poco. Mi parevano comunque persone abbastanza fidate.

D. Quando ha iniziato a capire o pensare che ci potesse essere un’altra spiegazione sulle cause dell’affondamento del Francesco Padre, rispetto a quelle emerse dalle inchieste?

R. Intanto fin da subito, perché non ho mai accettato quanto da loro detto. Perché hanno portato avanti la  tesi del trasporto dell’esplosivo dall’inizio. E cioè l’esplosione dall’interno dell’imbarcazione. Io invece ho pensato a qualcosa che avesse a che fare con la presenza militare nella zona. Da quando si parlò dell’aereo che aveva avvistato il bagliore. Nel ’93 loro furono trainati da un sommergibile e subito arrivò un aereo militare per controllare.

D. Cosa si ricorda del racconto che fece suo padre di quella brutta avventura capitata sempre al Francesco Padre poco più di un anno prima?

R. Sì era l’11 luglio del ‘93 e stavano tranquillamente pescando quando improvvisamente si sentirono trascinare da qualcosa. Lanciarono immediatamente l’Sos ma non ebbero alcuna risposta. Più di mezza imbarcazione veniva trascinata verso il fondo. Mio padre disse che vide la morte cogli occhi, poi invocò la Madonna dei Martiri chiedendo aiuto e si spezzarono i cavi facendo riemergere l’intero peschereccio. E quella fu la loro fortuna. Subito dopo giunse un aereo che si informò sulle loro condizioni di salute. Quindi tornarono a Molfetta perché era impossibile continuare a pescare a causa dei danni subiti.

D. In questo caso la Nato riconobbe l’errore e risarcì anche i danni. Suo padre ricevette un assegno recandosi direttamente al comando di Napoli.

R. Sì. Ma le cose non andarono lisce. Tornati in porto mio padre fece subito denuncia e gli fu risposto che non poteva essere stato un sommergibile, volevano sviare la cosa, ma alla fine ci fu il risarcimento di circa 9mila dollari.

D. La Nato riconobbe l’incidente.

R. In quell’occasione sì.

D. In base al fatto che molti documenti siano stati declassificati, mentre per anni sono stati coperti da segreto di stato o militare, ritiene che ora possano emergere particolari interessanti per la corretta ricostruzione dell’accaduto?

R. Indubbiamente sì. Porterà a qualcosa di positivo.

D. Avete mai avuto contatti con il consulente tecnico dell’epoca il professor Giulio Russo Kraus che ben supportò la tesi della presenza di esplosivo a bordo?

R. No mai.

D. All’epoca siete stati ascoltati dagli inquirenti?

R. No, mai. Nessuno è stato ascoltato.

D. Quello del Francesco Padre potrebbe essere annoverato come uno dei  tanti misteri italiani, tipo Ustica?

R. Sì anche se anche se la parola mistero la detesto. E’ sempre stato detto mistero, però non mi piace, forse perché io voglio la verità. Voglio cancellarlo il termine mistero. Voglio capire, voglio che mi dicano, basandosi su fatti e non su parole, cosa è successo. Nel 2001 l’inchiesta si è basata su parole. E poi la cosa che mi ha dato molto fastidio è il fatto che tutti i reperti siano stati distrutti, senza averci detto nulla. Tutti distrutti.

D. A questo punto diventa fondamentale non solo la nuova ispezione subacquea del relitto ma soprattutto il suo recupero.

R. Indubbiamente. Io spero lo facciano al più presto. Speravo per quest’anno e invece è slittato ancora.

D. Cosa si aspetta dal recupero del peschereccio?

R. Non sarà facile, perché sì lo vogliamo, però poi immagino anche il momento come sarà.

D. La spaventa un po’?

R. Sì molto. Ho paura della reazione che posso avere, è una cosa che mi terrorizza. Quello però mi darà la certezza che è successo.

D. La verità deve passare anche attraverso certi momenti dolorosi.

R. Sì quello sì indubbiamente, mi sono messa in gioco proprio perché voglio che loro siano riconosciute come persone oneste. Però se tante volte mi sveglio nella notte vivo un incubo, tuttora accade. Quello mi darà la certezza che è successo, che mio padre non c’è più.  Il libro di Gianni Lannes è importante perché grazie a quel libro c’è stata la riapertura del caso e poi la chiusura di questo caso ci potrebbe portare a vivere tranquillamente, a vivere meglio. Non perché sapere come è successo, cambierà la nostra vita ma forse ci darà un po’ più di serenità. E un po’ di rispetto da parte di tutti verso i nostri morti.

D. La mamma cosa dice di tutta la vicenda?

R. Se qualcuno ne parla va in escandescenze, Anche perché se ne sono dette tante:che abbiamo avuto soldi, che abbiamo fatto case e ville sulla morte delle persone.

D. Ma c’è stato un risarcimento?

R. No. Erano stati stanziati 50 milioni di lire, ma furono subito bloccati, perché mio padre e l’equipaggio era stato ritenuto colpevole di traffico di esplosivo. Da quando in qua si risarciscono i colpevoli. Se fossimo stati trafficanti ci saremmo arricchiti, costruito case o ville. Ma ovviamente tutto questo non c’è stato. Abbiamo avuto i telefoni sotto controllo ma non è emerso nulla, se non le parolacce, quando ci sentivamo con i parenti.

D. Il vostro tenore di vita è rimasto sempre lo stesso.

R. Anzi, si è abbassato. Dopo il ‘94 cominciai già a lavorare. Ci adattammo per poter mangiare.

D. Cosa ricorda di più e con piacere di suo padre?

R. I suoi sorrisi. Le sue parole dolci, gli sguardi. La sua bontà non potrò mai dimenticarla.

G. Cammarano

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